retropensieri dopo i  tardopomeriggi

il CIDI Torino sull’elevamento dell’obbligo e dintorni

Gino

C’è stato un momento un po’ di tempo fa, non so se ti ricordi, che eravamo stati presi da una sorta di delirio di onnipotenza tanto che pensavamo che avremmo potuto metter su una scuola fatta da tutti noi. Una sorta di cooperativa di insegnanti.  Sarebbe stata la scuola dell’”ottimismo della volontà”, perché avremmo pensato agli ultimi, agli esclusi, agli sfigati.

Ci sentivamo tanti Don Milani. Ma non avremmo avuto, essendo noi più di uno, di che mangiare e non se ne fece nulla.

Lo dico con un po’ di tristezza per me che ho perso quello spirito ottimistico.

Se rifletto ora sull’esperienza della scuola di Barbiana mi viene da pensare questo:

-   i ragazzi appartenevano ad un mondo con valori più vari e forse più facilmente riconoscibili;

-    si poteva giocare motivazionalmente sull’orgoglio di classe;

-    vivevano un’idea del tempo (interno) più articolato. Sicuramente avevano di più l’idea di un futuro tale da potercisi proiettare anche professionalmente. Era come se il futuro allora fosse fatto a gradini ed uno poteva sempre pensare di poterne salire qualcuno

Non solo i ragazzi, anche Don Milani aveva quell’idea di futuro.

Ecco, leggendo il tuo decalogo e i tuoi spunti iniziali mi è venuto da pensare, a partire da un passato di intenzioni, al senso del tempo che sta nelle cose.

Il tuo testo, il tuo decalogo, ad esempio, è tutto declinato al futuro:

Ci sono: intenzioni, fiducie, prospettive, possibilità, progettazioni, arricchimenti, progressi, progressioni…

Ma è il tuo progetto di futuro…può essere il nostro, perché molte cose per storia e forse per sensibilità le possiamo condividere, ma è il loro?

Soprattutto qual è  l’idea di futuro che si portano dentro, verso cosa si  muovono, con quali aspirazioni, e  quali bagagli sentono come necessari?

Ecco, questo io penso, al di là di tante altre cose, sia cambiato dentro i ragazzi, le persone, dai tempi di Don Milani.

Mi rendo conto che è un discorso un po’ senza senso, che si avvita sui massimi sistemi.

E tuttavia, la mia sensazione è che ci manchi un po’ quella sponda con loro.

In tutti mi sembra di percepire una tensione verso un presente continuamente bruciato da se stesso: una ricerca di senso immediato, di conferma continua del senso di sé, in cose, in affermazioni del proprio esistere…attraverso quello che si riesce a far apparire…

Sì, è un discorso un po’ senza senso, che non dice niente di nuovo,   però trovo che ricorra sia nel tuo ragionamento che in quello di Mario.

Emblematico è il discorso sul globish; con te che sembri nuotare nella corrente, anche se apparentemente controcorrente (antinglese), ma immagini un futuro di comunicazione immediata, con tutto ciò che posseggo qui ed ora, (che però è un nuoto di superficie per forza di cose), e con Mario che invece vuol tenersi stretto quel bagaglio di strumenti che magari lo porta a fondo, ma che dà il senso di qualcosa che ha radici ed identità.

Io mi pongo in mezzo, non sul globish, che mi sembra lontano e di là da venire, come l’inglish verso cui adesso pian piano stiamo arrivando; mi pongo a metà rispetto al senso complessivo di queste posizioni (che per comodità schematizzo nel discorso sul globish) che ci attraversano tutti in quanto contemporanei.

Penso che abbiano senso le esperienze, penso che abbia senso il tentativo di tenere agganciato chi è sganciato, a sua insaputa, da tutto. (Anche gli altri giovani sono senza il futuro di un tempo, ma per loro ci sono agganci di altro tipo, affettivi, di identità e storia che li portano a muoversi sulla stessa strada degli adulti) E per farlo devo mettermi lì dove lui si muove e galleggia.

Tuttavia penso che non ho neanch’io un futuro da offrire. Al più posso testimoniare me stesso, i miei valori, le mie convinzioni. Come singolo e come parte di quella parte di  società in cui mi riconosco. La scuola un po’ è questo, credo. La cultura anche.

 

Sull’intero decalogo e sulla riflessione collaterale

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