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retropensieri dopo i tardopomeriggi |
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il CIDI Torino sull’elevamento dell’obbligo e dintorni |

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Mario |
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Premesso che ho letto in un momento molto lontano dall’”ottimismo della volontà”…, trovo le considerazioni e soprattutto il “decalogo” di estremo interesse; una sintesi (non destruens, anzi fortemente propositiva) di percezioni, ragionamenti, preoccupazioni, sconforti, ma anche tentativi, speranze e utopie su cui ci siamo a lungo esercitati in modo frammentario in questi anni. . Il decalogo è molto molto stimolante e tocca tutte le questioni fondamentali anche per affrontare sul serio l’ipotesi stessa di “elevamento” dell’obbligo. Certamente una suggestiva base di ragionamento da cui muoversi, giustamente provocatoria, apparentemente estrema ma capace di includere molti dei temi culturali e psicologici in cui ci dibattiamo La situazione delle scuole reali è ormai tale che non ci si può più illudere di avere soluzioni adeguate di piccolo cabotaggio. Se fossi il ministro… proporrei un mese di rotazione propedeutica dei docenti delle superiori fra i diversi ordini di scuola… una sorta di …. ottobre pedagogico… Devo anche dire, però, che alcuni presupposti o implicazioni di fondo (non di marco ma del mondo) mi fanno molto “soffrire” e soprattutto mi fa soffrire accettarle come terreno di confronto e di costruzione di soluzioni: non solo esistono gli sfigati, ma arrivati a 14 anni sono il 30-45%; la comunicazione in internet è per definizione entropica e ormai parametro di riferimento del senso stesso del comunicare; la sub-cultura di massa è un terreno di scambio culturale e di costruzione dell’immaginario ormai ineludibile, anzi dominante; la complessità è ormai tale che la semplificazione talvolta anche drastica ne è l’unica via di accesso/successo: i manager ad esempio sono tali perché “capiscono” una sola cosa alla volta e sono di successo se è quella giusta, mentre gli intellettuali non servono a una pippa perché continuano ad arrotolarsi dentro tutte le variabili…, ecc. Io so di essere ormai per alcune cose irrimediabilmente “passato” (e quindi passatista?), ad esempio nel rifiuto pregiudiziale per qualsiasi forma di scambio o fruizione semplificata con/in altre lingue: ammiro i livelli di interazione certamente non banale raggiunti da Marco con lo spagnolo partendo da zero e in poco tempo, ma ho saltato a piè pari le slide sul globish perché la sola idea che ne intuisco mi terrorizza: io elitariamente amo parlare e scrivere solo nella lingua di cui controllo almeno tre o quattro variabili lessicali o sintattiche per ogni concetto da esprimere. So bene che è un atteggiamento egoistico (ma non snobistico), non centrato sulla volontà di comunicare con altri, ma di salvaguardare l’unica ricchezza di me che mi è rimasta in un mondo mercificato e appiattito che dileggia le mie competenze e premia quelle di Briatore (per citare il più simpatico) . Proprio perché lo so (ma cerco di non diventare un mastrocoliano) voglio trovare un punto di compromesso ancora possibile (se c’è). Proprio per questo dobbiamo discuterne, così come dobbiamo continuare a indagare fino in fondo sul rapporto/conflitto fra individui-singoli-persone e gruppi-comunità-cooperazione. In questi giorni sto molto riflettendo sulle soluzioni devastanti cui sono giunti quelli del cooperative learning a partire dalle comunità di apprendimento cooperativo, dalla simulazione dei contesti reali, dalla gradualità delle prestazioni e dell’uso delle competenze… Mi fanno venire voglia di un recupero vitale della… solitudine con il libro, la pagina (e la propria personale intelligenza che preceda e accompagni lo scambio) e persino di un po’ di stadialtà (per citare altri nodi cruciali affrontati da marco)… Il problema di fondo è dare un senso e una praticabilità alla nostra idea di “cittadinanza”. Quello che colpisce nelle riflessioni e nelle proposte di marco è la barra del timone dritta sulla volontà di inclusione (ma in quale mondo?), sul rifiuto di ogni forma di cultura escludente, ma ovviamente nella consapevolezza che le forme più “inclusive” oggi sono il pensiero unico e lo stereotipo dominanti dal mercato globale. C’è una “via di sinistra” a una costruttiva e democratica semplicità non banalizzante? Come a una personalizzazione non individalisica? Insomma uno scenario certamente ampio ma che mi pare in grado di dare un senso alla voglia di continuare chiedersi se c’è qualche soluzione all’orizzonte … |
Sull’intero decalogo e sulla riflessione collaterale
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CIDI Torino |
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