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Quando la catastrofe diventa spettacolo

Callisto Cosulich

 

I servizi televisivi sulla “catastrofe globale”, provocata dallo tsunami, ci hanno colpito, coinvolto, spesso commosso, grazie a certi primi piani che illustravano meglio di qualsiasi discorso lo sgomento e lo strazio dei sopravvissuti, in virtù dei racconti degli inviati, che si attardavano su particolari episodi, relativi a piccoli gruppi, talvolta a persone singole. Le sole immagini, pur così impressionanti, non sarebbero bastate: avrebbero avuto un che di déja vu. Colpa, se così si può dire, del cinema “catastro fico”, che da anni ci ammannisce disastri ecologici con mezzi tecnici sempre più raffinati, tesi a superare ogni immaginazione, fino a che non sopraggiunge la realtà a battere la fantasia.
Sappiamo anche quanti furono i telespettatori i quali, di fronte alle immagini dei due aerei, che si schiantavano sulle Twin Towers, pensarono in un primo momento che si trattasse di un film.
Solo pochi mesi fa è uscito in contemporanea, sia negli States che in Italia, il film di Roland Emmerich, L’alba del giorno dopo, che ci mostrava una New York sommersa dalle acque, per via dell’effetto serra, che aveva provocato il riscaldamento progressivo della temperatura e il conseguente scioglimento dei ghiacci polari.
Si trattava di pura e semplice fantasia, mascherata da qualche supporto scientifico, o invece d’inquietante anticipazione? Marco Tozzi, che guida la trasmissione Gaia-Il pianeta che vive, propende implicitamente per la seconda ipotesi, se domenica pomeriggio su Raitre ci ha illustrato con parole e immagini più che convincenti la possibilità che l’intera costa occidentale nordamericana venga investita da un’onda “assassina” ben più potente di quella originata dal maremoto nell’Oceano Indiano. A causa, non dello sgretolamento della calotta glaciale, bensì dell’inabissarsi di una isola delle Canarie, particolarmente instabile per via della sua natura vulcanica.
Come si vede, realtà documentaria e anticipazione più o meno fantastica rimbalzano sull’intera gamma dell’audiovisivo col rischio costante che la futurologia si trasformi in registrazione del presente e subito dopo in storia del passato prossimo.
Quanto poi alla rappresentazione, essa varia secondo lo spirito e l’umore del tempo. In questo senso il cinema “catastrofico” si rivela un indicatore prezioso. Premesso che il cinema stesso è nato dal successo di una falsa catastrofe, quella a che, secondo l’ingenuo pubblico parigino del 1895, sarebbe accaduta, se il treno dei fratelli Lumière, anziché fermarsi alla stazione di La Ciotat, avesse proseguito, come pareva, la sua corsa, investendo oltre lo schermo gli spettatori; fatta questa premessa, va rilevato che il film “catastrofico” è mutato nel corso del tempo non solo per i progressi tecnologici, di cui ha beneficiato il cinema.
Negli anni ’30, di fronte ai modellini di San Francisco, che nel film di W.S. Van Dyke II sul celebre terremoto si sfasciavano, o vedendo l’isola della Polinesia sommersa dalle onde in Uragano di John Ford, il sentimento dominante era lo stupore, la prima domanda era: «Come avranno fatto?». Negli anni ’70, invece, di fronte a Terremoto di Mark Robson o a L’inferno di cristallo di John Guillermin, lo stupore aveva ceduto il posto all’ansia, alla inquietudine, soprattutto alla insicurezza, poiché il tratto divisorio tra lo spettatore e il teatro degli eventi si era infinitamente assottigliato; in certi casi era addirittura scomparso.
In altri termini, le catastrofi, sebbene enfatizzate, rientravano nella categoria del possibile.
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 Finita la guerra del Vietnam, finiti i suoi contraccolpi psicologici, i film “catastrofici” si sono diradati, indirizzandosi semmai verso i disastri sociologici e psicologici. Pensiamo a tutti i film che si sono fatti sull’avvento prossimo venturo del Duemila, a cominciare da Strange Days di Kathryn Bigelow. Oppure si sono messi a magnificare in chiave avveniristica la potenza militare degli Usa, unica superpotenza rimasta. Basti pensare a Indipendence Day, dove – tra l’altro – pacifisti ed ecologisti venivano messi in berlina. Independence Day era uscito nel 1996.
A distanza di otto anni lo stesso Emmerich realizza e produce L’alba del giorno dopo, che pende nettamente dalla parte degli ecologisti e dove l’autore, nelle conferenze stampa ama ripetere che l’unico momento di autentica fantascienza è quello finale, in cui il vicepresidente degli Stati Uniti si pente di non aver dato retta agli scienziati e ammette il proprio errore.
Come non collegare questa fantasiosa “ammissione” con ciò che sta succedendo attualmente nel mondo?

 

[da www.europaquotidiano.it ]