Cronaca

 

Riaprono gli istituti in Thailandia ma tantissime strutture
sono state spazzate via. Nel Sud si temono i terroristi
Banchi vuoti e inviti al coraggio
Phuket, a scuola dopo la tragedia

Il ministero della Pubblica istruzione minimizza lo choc
ai ragazzi viene chiesto di collaborare per ripristinare la normalità
di RAIMONDO BULTRINI

 

 

PHUKET - Primo giorno di scuola dopo il disastro e dopo le vacanze di fine anno. I bambini corrono in classe vocianti come sempre, almeno dove le aule non sono state sventrate da "tsunamì" (con l'accento sull'ultima vocale), il terribile mostro marino che ormai riempie gli incubi di tutti e al quale nessun insegnante prima del 26 dicembre 2004 aveva mai dedicato una lezione.

Camicie bianche e linde, pantaloni o gonnelline blu, gli scolari prendono posto tra i banchi e poi si alzano per rendere omaggio al re della Thailandia Bhumibol Adulyadej, che ha perso nel disastro un nipote ventunenne, figlio della primogenita.

Ne mancano tanti all'appello specialmente nelle aree più colpite, anche se il bilancio degli studenti morti, secondo le cifre ufficiali (ne contano solo 37, distribuiti nelle province di Phang Nga, Krabi e Ranong), è tutt'altro che catastrofico. Ma l'evidenza rimanda un'impressione più drammatica. In scuole come quella di Kamala, dove tanti alberi e case non ci sono più, 110 bambini su 340 non si sono ancora presentati. E molti istituti scolastici in questa zona del paese sono stati spazzati via dalla furia dell'acqua.

E' difficile insomma verificare i dati forniti dal vice segretario generale del ministero della Pubblica Istruzione Sivika Mektavatchaikul, giunta dalla capitale Bangkok per controllare che il trauma non abbia inferto un colpo troppo duro al sistema scolastico di questo Sud ancora sotto choc. Di certo soltanto gli orfani sono tantissimi, secondo i conteggi di una fondazione reale che ne aiuterà un centinaio a finire gli studi. Ma pochi finiranno in qualche istituto speciale, in un paese dove nonni, zii e cugini si prendono cura dei piccoli come fossero propri figli.

 

Molte delle lezioni sono impostate ovviamente sulla tragedia, però i toni diventano subito rassicuranti, con lo spirito già rivolto al dopo tsunami. Anche ai bambini e ai ragazzi è richiesto infatti uno sforzo di collaborazione per riportare in fretta ogni cosa al suo posto. I vuoti, specialmente nelle scuole del capoluogo Phuket, sono in parte mascherati dal sovraffollamento delle classi.

Coi piedi ancora nel fango e tanti cadaveri ancora da dissotterrare, questo regno di 58 milioni di abitanti vorrebbe già rimettersi a correre senza scivolare, e la riapertura delle scuole è una delle occasioni propizie per rafforzare nelle giovani generazioni lo spirito di placida beatitudine buddhista messo a così dura prova dalla natura. La scuola thai, almeno nelle classi elementari e medie, punta inoltre su un modello giapponese competitivo e meritocratico che instilla nei bambini il senso della patria e del dovere al di sopra di ogni avversità del destino.

Gli studenti devono affrontare una quantità elevata di materie che richiedono un notevole sforzo di memoria e molte ore di studio, così che - almeno in parte di riflesso - l'avvento delle sale di videogiochi è diventato un fenomeno dirompente più che in ogni altro paese del sudest asiatico.

Tutti vanno a scuola anche nei villaggi più remoti e poveri, sebbene la qualità degli studi non sia uniforme come in certi istituti di Bangkok e Chiang Mai, le principali città del regno. Ma è a pochi chilometri da qui, nel sud insanguinato dalla ripresa del separatismo islamico dopo anni di apparente quiete, che proprio in queste ore l'aspirazione di un veloce ritorno alla normalità sembra scontrarsi con una realtà ben più complessa e tragica di quella che le autorità vorrebbero presentare dentro e fuori il paese.

Gli insegnanti buddhisti della provincia di Yala non vogliono infatti tornare tra i banchi finché le autorità non saranno in grado di garantire loro la sicurezza, dopo che un numero elevatissimo di maestri e professori thai sono stati feriti o uccisi dai terroristi nelle quattro province ai confini con la Malesia.

Per il resto del paese, inclusa Phuket, il Sud turbolento è in fondo soltanto un angolo remoto del paese, dove si parla una lingua malay chiamata yawi e dove i bambini devono comunque imparare il thai per integrarsi un giorno nella civiltà che li ospita. Così, nel primo giorno di scuola del dopo tsunami, i bambini di Phuket, della provincia di Phang Nga, di Krabi si vanno convincendo che nulla di irreparabile è successo, nel segno del fatalismo tipico dei thai, che col loro spirito di adattamento hanno sempre evitato di farsi colonizzare aprendo il paese a ogni affare e moda dall'estero senza mai opporre resistenze inutili.

 

 

 

 

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(5 gennaio 2005)