La scuola dai doveri della Repubblica (di rimuovere gli ostacoli) a quelli del cittadino (di fare i salti mortali).

Mario Ambel*

 

Comincia l’ultima fase della riforma Moratti e comincia subito male, molto male. E’ stato infatti approvato il decreto che, secondo il comunicato stampa del Ministero e le riprese un po’ frettolose dei giornali, sancisce “l’innalzamento dell’obbligatorietà scolastica fino a 18 anni”. In realtà non è così; si tratta di un’ennesima bugia mediatica. Anzitutto l’obbligo non viene innalzato, ma è stato prima abolito e poi trasformato in diritto/dovere. L’art.1 del decreto afferma infatti che l’”obbligo scolastico previsto dall’art. 34 della Costituzione” e l’”obbligo formativo” introdotto dal ministero Berlinguer fino a 18 anni “sono ridefiniti ed ampliati, […] come diritto all’istruzione e formazione e correlativo dovere”. A parte l’amenità di ridefinire con un decreto applicativo di una legge delega il senso dell’articolo 34 della Costituzione, diventa decisivo capire che cosa si voglia intendere per diritto-dovere.

Chi si riconosce in formule come “scuola della Repubblica” o “scuola secondo Costituzione” sa che l’articolo costituzionale cui si è sempre fatto riferimento, per delineare i rapporti fra scuola e “Repubblica”, è l’art. 3. Bene da oggi, secondo il centrodestra, la scuola cambia articolo costituzionale di riferimento: non più l’art. 3, ma il secondo  comma dell’art.4! Il decreto afferma che la “fruizione dell’offerta di istruzione e formazione costituisce per tutti”, compresi “i minori stranieri presenti nel territorio dello Stato”, un “dovere sociale ai sensi dell’art.4 secondo comma della Costituzione”.

Quindi non tocca più alla Repubblica il compito di garantire a tutti i cittadini di partecipare alla vita sociale e politica, rimuovendo le differenze di fatto (art. 3), ovvero istituendo scuole di ogni ordine e grado pubbliche.  Ora, la Repubblica provvede ad assicurare il doppio (e triplo) canale, nonché condizioni di qualità e parità per fruirne, ma tocca ai cittadini adempiere al dovere individuale (ecco perché sono inclusi anche gli stranieri), di andare a scuola o in formazione professionale o in alternanza scuola-lavoro per prepararsi a  “svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4). E non sarà parso vero, nel proporre questo radicale mutamento di prospettiva, di trovare persino un così autorevole avvallo… al doppio canale. Ma ovviamente i costituenti non potevano immaginare che un giorno un legislatore illuminato avrebbe usato quell’articolo per imporre a dei tredicenni di scegliere con quale tipo di contributo, se manuale o intellettuale, intendessero concorrere al progredire del consorzio umano.

Inoltre la scarsa attitudine costituzionale ha fatto commettere al solerte legislatore l’ennesimo svarione: il comma 5 dell’art.1 del decreto prevede infatti, contestualmente, di far derivare questo “dovere” dall’art.4 della Costituzione e di sanzionarlo, ovvero di applicarvi le stesse sanzioni oggi previste per l’obbligo scolastico! Ciò è impossibile e in netto conflitto proprio con quell’articolo, che parla di un dovere morale, concorrere allo sviluppo della società, chiaramente non sanzionabile. (Per la cronaca, e per la storia: la non sanzionabilità del comma 2 dell’art.4 fu decretata dall’Assemblea costituente con 235 voti favorevoli e 120 contrari.)  Quindi anche questo decreto dovrà farsi un giretto di verifiche presso la Corte Costituzionale!

Il problema di fondo, però, oltre che normativo, è (ancora una volta) culturale e politico: sta nell’insistenza con cui si persegue la semplificazione e il ribaltamento proprio dei complessi rapporti fra scuola (ovvero diritto all’istruzione) e “progresso materiale o spirituale della società”. Questo decreto ribadisce la volontà di archiviare il diritto all’istruzione affidato alla dialettica fra i “compiti” della Repubblica e gli obblighi e le opportunità per l’allievo-cittadino, per riproporre il (vecchio) diritto/dovere individuale di istruirsi o formarsi, sotto tutela della famiglia e del tutore di turno, per concorrere allo sviluppo della società. In questo modo si rinuncia al principio della crescita culturale, civile, sociale ed economica della società come conseguenza della progressiva e graduale estensione del diritto all’istruzione per tutti, in nome del dovere di ciascuno di prepararsi a svolgere un’attività (intellettuale o manuale). Se ne trova una.

Lo stiamo ripetendo da mesi: si tratta di un inversione di tendenza nella storia della scuola dell’Italia repubblicana, che viene tentato proprio in un momento in cui le finalità dell’istruzione e i rapporti fra identità, cultura, cittadinanza, partecipazione alla vita sociale, lavoro si sono fatti infinitamente più complessi, non certo più semplici che in passato. Questa è l’imposizione al paese di una visione parziale, perdente, che non ci stancheremo di denunciare, ma che continua ad essere ostinatamente perseguita. Ora arriva anche questa modifica dello spirito costituzionale, mentre tentano di consolidarsi quelle “sperimentazioni” territoriali che si affidano alla presunta capacità di governare le dinamiche del diritto/dovere individuale al lavoro, esasperando il ruolo della formazione professionale, che sarebbe precocemente in grado di garantirlo e finendo anche col fare alla formazione professionale stessa un pessimo servizio, in un contesto sociale dove chi abbia ancora un po’ di pudore fatica persino a pronunciare la parola “lavoro” di fronte a dei giovani, senza provare imbarazzo e vergogna. Tutto questo dovrebbe far riflettere sulla gravità di formule come la “valorizzazione dell’istruzione al servizio dello sviluppo”, che può capitare di leggere anche in contesti che si vorrebbero più attenti all’ampiezza e alla problematicità della scuola e del mandato istituzionale che la Costituzione le affida. O affidava?

Penso che si sia passato (ancora una volta) il segno. Ma al contempo penso che sia giusto così, perché non sono turbato dal fatto che esistano posizioni opposte su questo tema (come del resto avviene da decenni); spiace se mai constatare che non solo siamo ancora lontani da un possibile terreno di incontro, ma che ci si ostini a camminare entro un vicolo cieco.

Può anche darsi che qualcuno, magari per sfinimento, pensi che questo diritto/dovere al doppio canale con alternanza scuola/lavoro annessa sia la soluzione, se non ideale, almeno pragmaticamente in grado di accontentare alcuni. Ma veramente c’è chi pensa che in passato si sia rinunciato più volte a questi giochini di parole fra obbligo, diritto e dovere, solo perché si era meno intelligenti o meno furbetti? O perché servisse più “istruzione” (e basta) allora, di quanta ne serva oggi? Non fu piuttosto perché non si trovò un accordo onorevole fra posizioni diverse, sull’idea di società e di rapporto fra scuola e società, e si ebbe il buon gusto di non dipingere come conquista democratica e di civiltà un adattamento al ribasso rispetto alle contraddizioni della situazione esistente? E’ questa la via per trovare un accordo soddisfacente?

Questo cambio di articolo costituzionale di riferimento e di legittimazione della “obbligatorietà scolastica” non è certo una differenza da poco. Spero ne convengano anche coloro che  pensano talvolta che in fondo la riforma Moratti non sia poi così diversa dalle ipotesi riformatrici precedenti e soprattutto che possa essere assimilata - magari con qualche variante - dal nostro sistema scolastico in sostanziale continuità con il passato. O anche questo mutamento di prospettiva appare ad alcuni in sostanziale continuità con la storia culturale e politica di questo paese? Lo andiamo chiedendo da mesi: si rinunci con coraggio a questa forzatura, si smetta di tirare in ballo la revisione del titolo V della Costituzione, i patti di Lisbona e si accetti l’idea di elevare (sul serio) il diritto all’istruzione (e l’obbligo di usufruirne) fino al completamento del biennio della scuola secondaria superiore e si rinunci a creare due sistemi paralleli che si biforcano alla fine della scuola media. E poi si affrontino i problemi veri della scuola: l’emergenza 12-16 anni (di motivazioni, di apprendimenti, di slancio ideale e valoriale) che coinvolge tutti, non solo la punta sofferente dell’iceberg, e che non è certamente risolvibile subordinando un forte progetto culturale e sociale alle contraddizioni e ai ricatti del mercato del lavoro. Ormai non basta più mettersi d’accordo su che cosa fare nel biennio o trovare una soluzione per far sì che qualcuno possa iscriversi alla formazione professionale di primo livello: qui in nome di contraddizioni irrisolte, di un numero ragguardevole di giovani in difficoltà e di qualche interesse privato di troppo si sta capovolgendo il senso di che cosa significa scuola e istruzione in questo paese. E’ un prezzo troppo alto, che, sia detto per inciso, a Lisbona mi pare e spero bene che nessuno pensasse di chiederci!

Non possiamo continuare a fare scioperi, manifestazioni, raccolte di firme, delibere di collegi docenti per mettere una toppa qui e una là a un progetto che fa acqua da tutte le parti: ora siamo arrivati alla falla più grossa. Aiutiamo finalmente questa barca ad affondare!

 

 

 

* Già coordinatore del gruppo di lavoro Scuola secondaria nella Commissione De Mauro