Il neoliberismo ha sempre avuto il difetto di funzionare solo in assenza di crisi o conflitti eccezionali. Secondo l’imperativo neoliberale, i problemi che affliggono il mondo intero, come la disoccupazione, la povertà e le crisi economiche sarebbero causati proprio dalla presenza eccessiva dello stato e della politica e dalla funzione regolatrice svolta dalla burocrazia. Il successo del neoliberismo si è basato sulla promessa che la liberalizzazione dell’economia e la globalizzazione dei mercati avrebbero risolto i grandi problemi dell’umanità, mentre lasciando libero sfogo all’egoismo si sarebbero eliminate le disuguaglianze nel mondo, garantendo una forma di giustizia globale.

Invece, la fede nella forza del mercato di questi fautori di un capitalismo fondamentalista si è rivelata essere, al più tardi da adesso, una pericolosa illusione. A quanto pare, in tempo di crisi il neoliberismo non è in grado di offrire alcuna risposta politica. L’idea, di fronte alla minaccia o alla realtà di una crisi, di aumentare la dose della medicina, e quindi di adottare misure economiche sempre più radicali per correggere le conseguenze negative della globalizzazione, rappresenta una teoria del tutto illusoria di cui ormai bisogna rendere conto.

La minaccia terroristica, invece, ci ha reso di nuovo consapevoli di alcune verità elementari che i successi del neo­liberismo avevano relegato in secondo piano: l’impossibilità di separare l’economia dalla politica e di garantire la sicurezza senza lo stato e un servizio pubblico; non esiste stato senza prelievo fiscale; non esistono istruzione, assistenza sanitaria, sicurezza sociale e democrazia senza prelievo fiscale; non esiste legittimazione senza opinione pubblica, democrazia e società civile; e infine, senza legittimazione, non esiste sicurezza.

 

 


Ulrich  Beck, Un mondo a rischio, (2002), Einaudi, Torino, 2003, pp. 31-33