Scuola e competenze
culturali: qualche riflessione a margine
di Mario
Ambel e Domenico Chiesa
di prossima pubblicazione sulla rivista di legambientescuola
Parole,
parole, parole. Quante
parole-concetti hanno percorso le ultime stagioni della nostra scuola. Mastery learning, programmazione
per obiettivi e unità didattiche, tassonomie, Progetto Educativo di Istituto, modularità e quante altre ne potremmo ricordare
a seconda degli anni di servizio.
Ora
tocca a ‘competenza’.
Si
riuscirà a bruciarla nei prossimi mesi, facendo diventare tutto (e quindi
niente) una competenza, accanendosi sui moduli di certificazione? Quale altra
moda didattica è dietro l’angolo pronta a sostituirla?
Il
concetto di competenza è un concetto utile, non è la scoperta dell’America, né
una rivoluzione copernicana, ma è un concetto che ha a che fare con il cuore
dell’insegnare e dell’apprendere, che può aiutare il processo innovativo nella
direzione di una scuola in grado di essere, per tutti e per ciascuno, luogo e
tempo di emancipazione culturale e sociale.
La
scuola – quando non è stata ostinatamente costretta entro i limiti della
trasmissione acritica di conoscenze - ha sempre contribuito in modo determinante a costruire competenze culturali (intese come
la capacità di usare ciò che si sa nel proprio comportamento intellettuale e
pratico), da quelle di base (leggere, scrivere e far di conto) fino a quelle
più complesse e a quelle determinanti per le professioni.
Una
scuola delle competenze è
quella non nozionistica, quella delle buone pratiche in grado
appunto di rendere competenti. È quella dei saperi non inerti, dei saperi/saper fare che stravolgono la vita.
Qualche opportuna distinzione
Qual
è dunque il problema? È quello di utilizzare il concetto di competenza (e del
diventare competenti) per affrontare la sfida che la scuola si trova ad rilanciare: estendere effettivamente l’istruzione per
almeno dieci anni, ricostruendo il percorso curricolare dalla scuola
dell’infanzia alla scuola dell’adolescenza.
L’obiettivo
e il rinnovamento dell’insieme delle azioni del fare scuola, messo in atto in
una logica curricolare sia sul piano culturale/cognitivo, sia
relazionale/affettivo, sia organizzativo, rappresenta la scelta da utilizzare
affinché i contenuti dell’insegnamento/apprendimento siano effettivamente
padroneggiati, si risolvano in una loro acquisizione e in un loro uso
criticamente strutturati e in una duttile disponibilità a trasferirli in
ambiti, tempi e contesti diversi.
Il curricolo organizza e descrive l’intero percorso formativo che uno
studente compie, dalla scuola dell'infanzia alla scuola secondaria, nel quale si intrecciano e si fondono i processi cognitivi e quelli
affettivo/relazionali e trova concreta traduzione organizzativa e metodologica
il progetto culturale della scuola. L’unitarietà del percorso non dimentica la
peculiarità dei diversi momenti evolutivi nei quali l’avventura dell’ apprendimento si svolge, che vedono un progressivo
passaggio dall’imparare facendo, alla capacità sempre maggiore di riflettere e
formalizzare l’esperienza, attraverso la ri-costruzione degli strumenti
culturali e la capacità di utilizzarli consapevolmente come chiavi di lettura
della realtà.
Il concetto di competenza culturale è riconducibile a
queste istanze: nella progettazione
educativa dei percorsi di istruzione, è di importanza decisiva assumere e
realizzare in modo coerente un approccio per competenze come strumento per
trovare risposta a problemi e finalità specifiche della scuola.
In tal senso, gli itinerari
dell’istruzione risultano finalizzati alla costruzione
di competenze culturali linguistico-comunicative,
storico-sociali, matematiche, scientifiche, tecnologiche, artistico-espressive.
Le
competenze culturali vanno pertanto assunte come motore di innovazione
dei processi di insegnamento/apprendimento prima che come criteri di
misurazione e certificazione dei risultati. L’approccio per competenze può
cambiare il modo di descrivere, verificare e certificare gli apprendimenti
degli allievi, solo se prima modifica il modo di insegnare. Criteri e strumenti
di certificazione delle competenze, che non siano stati
preceduti dall’assunzione di metodologie didattiche coerenti sono risultano
inopportuni e controproducenti.
Un approccio
per competenze, per
essere coerentemente praticabile, dovrebbe coinvolgere tutti i livelli
dell’iter progettuale della scuola: dal POF all’attività del singolo docente,
ovvero dalla identificazione dei fini sociali più ampi alla valutazione e
certificazione finali. In tal senso non può evitare di confrontarsi con
l’intero progetto culturale e didattico della scuola, incrociando in modo
cruciale gli impianti culturali e metodologici delle singole discipline e dei
loro rapporti.
Un approccio per competenze si
fonda sulle esperienze culturali di
ciascuna/o, ma non esalta necessariamente l’individualità delle persone, anche
se taluni amano coniugarlo
con una visione e soprattutto un impiego eccessivamente individualisti e
competitivi delle capacità e potenzialità individuali, da spendere in una
pluralità di contesti e spesso in concorrenza con altri. Un approccio per
competenze, in dimensione educativa, culturale e scolastica, esalta invece
l’incontro soggettivo di ciascuna/o con gli oggetti e le procedure della
conoscenza critica, con i contesti in cui acquisire,
consolidare, usare competenze culturali, con le collettività in cui il processo
avviene. A partire e sollecitando da esperienze autenticamente conoscitive di
ciascuno, la scuola le organizza e le pone a confronto con i
criteri e le pratiche dei saperi consolidati, alimentando la costruzione
di competenze solidamente fondate sul nesso fra sapere, esperire, e agire.
Non vi è quindi
contrapposizione tra competenza e conoscenza e nemmeno tra competenza
e "contenuto", semplicemente nella filosofia della scuola delle
competenze i contenuti diventano “il crogiolo” in cui si formano le competenze.
In questi termini si comprende anche come sia difficile raggiungere competenze fuori da contenuti, ovvero senza utilizzare le discipline.
Le discipline risultano formative proprio perché
possiedono gli ingredienti per contribuire alla costruzione di alcune
particolari competenze, a volte da sole e a volte con il concorso di altre
discipline; le competenze acquisite attraverso le discipline devono risultare pervasive e attive, cioè non rimanere inerti: quando
interagiscono in situazioni problematiche possono incrementare il loro livello
“trasversale” e la loro trasferibilità.
La specificità della scuola
consiste proprio nel fornire agli studenti degli strumenti culturali attivi per
fare esperienza e il deposito fondamentale per la costruzione di tali strumenti
sono le discipline.
Non vanno quindi sancite
contrapposizioni, ma neppure semplificatorie assimilazioni,
fra competenze “disciplinari” e competenze “trasversali”.
Una competenza trasversale è tale se
è (consapevolmente) trasferibile e applicabile in più contesti, entro e oltre i
confini “disciplinari” degli oggetti, dei linguaggi e delle pratiche che ne
hanno determinato l’acquisizione e il controllo. Ma detto questo, è opportuno
distinguere facoltà umane che eguali non sono (e di cui non sono
assimilabili le procedure di acquisizione e verifica): ad esempio, le capacità
esercitate in modi e contesti diversi, a seconda delle esigenze, dei contesti
conoscitivi in cui si opera, delle conoscenze che vengono manipolate, degli
scopi per cui agisce (formulare e verificare ipotesi, realizzare progetti,
raccogliere e comparare dati, selezionare dati pertinenti sulla base di criteri
statici o dinamici, ecc.); le competenze applicabili a contesti e contenuti
diversi (leggere e capire un testo informativo; riscrivere in breve un testo
letto; risolvere un problema matematico;
realizzare una rappresentazione grafica e simbolica di un oggetto, un luogo, un
percorso, ecc.); le competenze meta-cognitive che rappresentano il fine ultimo
di processi di acquisizione e consolidamento di competenze specifiche o
trasversali (adottare strategie consolidate per affrontare nuovi percorsi di
conoscenza; porsi problemi nuovi e
rielaborare conoscenze date con strategie innovative; applicare le proprie
competenze cogliendone i limiti e la necessità di incrementarle per raggiungere
risultati più complessi).
Fare di tutte le erbe un fascio, confondere le une cose con le altre e
peggio, poi, con le competenze comportamentali, gli atteggiamenti etici, le
credenze significa creare un calderone di banalità da cui sarebbe poi difficile
districarsi. Se poi tutto viene assimilato e appiattito
da improbabili modelli di certificazione allora i buoni apporti che le
“competenze” potrebbero e dovrebbero fornire alla scuola e ai processi di
insegnamento/apprendimento verrebbero irrimediabilmente vanificati.
E ci vorrebbe moto tempo, dopo,
per risollevarsi.
Altra complicazione è la
confusione (spesso strumentale ad altri fini) fra competenze culturali (che
toccano alla scuola e solo alla scuola) e competenze
professionali (che toccano alla formazione professionale e all’apprendimento
dal/sul lavoro). Le competenze culturali legate al percorso scolastico possiedono
intrinsecamente alcune dimensioni: una base “disciplinare”, una valenza
“trasversale”, una valenza “pre-professionale”. Schematicamente
si potrebbe affermare che la scuola è chiamata sostanzialmente alla costruzione
delle competenze culturali (alla base della cittadinanza e delle professioni) e
la formazione professionale alla costruzione delle competenze professionali. Non interessa, in questa sede, indagare se
tra le due forme ci sia una differenza ”qualitativa”,
certamente vi è una differenza in “peso specifico”: le competenze culturali
hanno un alto peso specifico, di poco inferiore a quello del “fluido” in cui
sono immerse, e la parte che emerge è quindi relativamente piccola. Le
competenze culturali sono “profonde”, rappresentano il consolidamento di
strumenti conoscitivi e di abilità all’interno di
mondi di significati culturali, con una forte valenza storica e sono
caratterizzate dai caratteri della persistenza, trasversalità, trasferibilità
essendo la base al sostegno delle altre competenze. Le competenze culturali non
sono raggiungibili con procedure “automatiche”, sono il frutto di un lavoro di
insegnamento/apprendimento lungo e complesso che spesso coinvolge più ambiti
disciplinari; sono parte perciò del tempo della scuola che è riflessione,
approfondimento, esercizio, ritorno.
Non ci sono scorciatoie per costruire competenze
culturali che siano profonde e persistenti.
Le competenze culturali, le discipline e la didattica laboratoriale
Proprio da tale caratteristica risulta lo spessore culturale e formativo delle competenze
da porre alla base della definizione dei curricoli; in questo senso diventa
molto importante sottolineare la dimensione culturale delle competenze come
caratteristica specifica delle competenze proprie dei percorsi di istruzione.
Le competenze che si
acquisiscono e si esercitano nei percorsi di istruzione
si formano attraverso l’esperienza culturale: il patrimonio culturale interseca
l’esperienza conoscitiva dello studente; l’obiettivo non è il “contenuto” della
conoscenza bensì la competenza che questo può contribuire a costruire
attraverso l’esperienza culturale.
Il lavoro sulla
definizione delle competenze non può essere raggiunto senza un lavoro sulle
discipline attorno ai “vincoli conoscitivi” che le caratterizzano. Il passaggio dalla scuola dei programmi alla scuola
del curricolo e delle competenze culturali è dunque
un’operazione più complessa della soppressione dei programmi e della semplice
stesura di liste di obiettivi: prevede un lavoro di ridefinizione
dei processi di insegnamento/apprendimento affinché possano produrre lo
sviluppo di competenze.
Alla
base si potrebbe utilizzare il concetto sviluppato nel documento dei
"saggi" (giugno 97): «Le “discipline di studio” vanno pensate come
campi di significato che devono fornire un orizzonte intersoggettivo ma anche
acquistare un senso personale e tradursi in operatività, non solo in verifiche
scolastiche»
All'interno
di quest'impostazione il concetto di competenza può infatti
assumere realmente un ruolo determinante nella revisione del sapere scolastico:
puntare alla costruzione di competenze durature, pervasive
e persistenti, intese come capacità culturali contestuali e strategiche verso
le quali organizzare il lavoro scolastico. Si tratta di utilizzare e approfondire
modelli e pratiche di lavoro didattico già ampiamente presenti
nel fare scuola per superare lo schema ancora troppo diffuso (in particolare
nella fascia secondaria) della didattica come "svolgimento di un
programma". Occorre selezionare saperi essenziali, strumenti e ambienti
adeguati e praticare metodologie e modalità relazionali innovative.
L'idea
di competenza culturale potrebbe divenire la chiave per guidare il ripensamento
dell’uso a scopi formativi delle discipline: ma questo non è un lavoro che può
improvvisarsi e deve prevedere l’intercettazione e il recupero dell’esperienza
e della ricerca che nella scuola si è realizzata in questi anni.
Le
discipline sono portatrici di specifiche e potenti modalità di conoscere, ma
sono caratterizzate da una forte determinazione
storico-culturale e da una coerente organizzazione interna. É allora
necessario che i meccanismi di insegnamento-apprendimento
attivati nella scuola siano in grado di promuovere la ricostruzione
dell’unitarietà del sapere senza dover pregiudicare la forza conoscitiva
dell’approccio disciplinare.
Probabilmente
un contributo può venire ricercando nella dimensione culturale e formativa
delle discipline, intese, sia come repertorio di contenuti sia come modalità di organizzazione concettuale, quelle dimensioni più
generali che sono essenziali per comprendere il mondo simbolico dell'uomo,
nelle sue varie forme di razionalità e di costruzione-comunicazione di
significati. É nella dimensione culturale e formativa delle discipline che va ricercato l’asse del progetto culturale della scuola.
L’utilizzo
scolastico delle discipline a fini formativi prevede una vera e originale
mediazione culturale. L’insufficienza di elaborazione
che continuiamo a scontare per tutti gli ordini di scuola comporta rischi e
difficoltà per l’efficacia dell’apprendimento.
Le
discipline vanno ripensate come “macchine che producono conoscenze”: serve la conoscenza prodotta, ma servono in particolare i processi
conoscitivi utilizzati. É la valenza formativa e culturale delle discipline che
la scuola è chiamata a mettere in atto, a tarare e organizzare (a livello
orizzontale e verticale) nei curricoli dai tre ai diciotto anni da utilizzare
come strumenti fondamentali nella costruzione delle competenze.
Il
valore di "risorsa" delle discipline sta proprio nella loro capacità
di contribuire a strutturare il pensiero, a costruire
mondi di significati, a fornire modelli di rapporto con la realtà che
rappresentano appunto gli elementi portanti delle competenze.
Sono
oggi importanti i nessi, le osmosi, le contaminazioni fra discipline,
linguaggi, culture, procedure a patto che vengano
compiute sulla base di una governata seppur graduale consapevolezza delle specificità che li
sorreggono e li alimentano. La contaminazione è una modalità tipica del sapere
“postindustriale”, ma la banalità è la sua costante
minaccia. Senza accelerazioni ma anche senza rifiuti pregiudiziali è necessario
guardare in modo nuovo al rapporto fra i saperi contemporanei e i modi di
costruirli, le discipline consolidate e quelle nuove, le materie scolastiche e
soprattutto gli orari-cattedra , ma bisogna saperlo
fare in modo spregiudicato e soprattutto cambiando l’ottica da cui guardare,
giudicare, decidere, normare: non i saperi nella loro
configurazione accademica, non gli itinerari di formazione iniziale modulati su
interessi corporativi di questa o quella componente, ma uno sguardo rinnovato, profondamente
rivolto ai processi di insegnamento/apprendimento, così come devono essere
configurati oggi per domani, ponendo al centro dello sguardo i rapporti reali
fra i soggetti, gli oggetti di conoscenza, le loro esperienze conoscitive, le
relazioni interpersonali e sociali che li caratterizzano, i contesti in cui
agiscono, le emozioni, le motivazioni e i fini che li muovono.
In
questa logica si innesta e trova senso la didattica laboratoriale, intesa non come
proliferazione di laboratori o progetti, ma come dimensione autenticamente
educativa e formativa che sappia coniugare dimensioni cognitive, conoscitive,
relazionali, procedurali finalizzandole a “mentefatti” culturali in un contesto
relazionale e possibilmente cooperativo con altri e talvolta anche per altri.
La
dimensione laboratoriale non è luogo o un momento o una parte della giornata o
dell’anno; talvolta può esserlo, ma non è questa la sua caratterizzazione: la
dimensione laboratoriale è un agire conoscitivo finalizzato all’acquisizione e
al rinforzo di competenze culturali; è il modo di intendere e fare scuola in
tutte le discipline e in tutte le fasce di età, anche se ogni volta gli
equilibri, i rapporti, le direzioni fra le varie dimensioni di tale agire
conoscitivo mutano di prospettiva, di intensità, di angolazione, di
finalizzazione.
Il
compito di “allenare” competenze culturali critiche, dinamiche, incrementabili
nel tempo, trasferibili ma al contempo consce della loro inevitabile contestualità e quindi transitorietà e finitezza è centrale per i cittadini di oggi e di domani. Per farlo
bisogna coniugare in modo complesso la graduale acquisizione di certezze
transitorie e il consapevole esercizio di criticità permanenti. Possibilmente
per tutte e per tutti. Sta qui il senso della nuova sfida insita nella scuola
delle competenze culturali, la nuova ricerca di senso e di pratiche capaci di
risollevarci da una pericolosa condizione di crisi. Non è certamente facile. Per
questo bisogna innalzare il tempo della scuola per tutte e per tutti. Il resto sono
pannicelli caldi e facili quanto pericolose illusioni.
(3 luglio 2007)