Migliorare i risultati dell’istruzione nei bienni delle scuole secondarie superiori

Progetto di attivitΰ sperimentali rivolte all’innovazione nei bienni 

delle scuole secondarie superiori della Provincia di Torino,

finalizzate all’orientamento, alla riduzione della dispersione scolastica

e al miglioramento dei risultati dell’apprendimento

Attivitΰ di ricerca-azione nelle classe prime in obbligo di istruzione 
e in riferimento allo sviluppo di alcune competenze culturali

 

 

Scuola  - 

ISTITUTO  PROFESSIONALE  DI  STATO  PER  L'INDUSTRIA  E  L'ARTIGIANATO   Romolo Zerboni

V. Paolo della Cella, 3 - 10148 TORINO -  tel. 011.220.01.79 - fax 011.220.20.17  - www.ipsiazerboni.it -  e-mail: ipsiazerboni@tin.it

 

Insegnante – Annamaria Cananzi

 

 

 

UNITA’ DIDATTICA - ITALIANO

   

“ LA  TOLLERANZA ”

 

 

Lezione  n. 1

 

Testo espositivo  - Articolo di giornale

 

“ SONO UN ITALIANO, UN ITALIANO  NERO ”

Matteo FRASCHINI - Corriere della Sera, 9 dicembre 2003

 

«Dove hai rubato la macchina? Quan­do sei arrivato in Italia?» La macchina θ di mio padre.

In Italia sono arrivato 22 anni fa, quando avevo 9 mesi.

Il poliziot­to mi guarda incredulo. Mi θ capitato tante volte. Alla fine, controllati i docu­menti,

dice: «Buonasera». Ma forse non θ ancora convinto. Il mio errore, stavol­ta, θ stato quello di

tentare una curva a U con l’intento di trovare parcheggio vici­no a casa.

Mi chiamo Matteo Fraschini, cittadino italiano residente a Milano, nato nel 1981, in Togo (Africa Occidentale) e laggiω adottato dai miei genitori (il mio papΰ fa il primario medico a Milano e spesso lavora in Africa). L’altro giorno una signora gentile mi ha detto: «Ma co­me parli bene l’italiano!». E un’altra: «Tu avere freddo?». Io non mi arrabbio piω, ma certo non θ piacevole. Come quel­l’altra volta, in cui mi sono ritrovato con due euro in mano donati da un distinto signore che si dirigeva frettolosamente verso il portone della chiesa per la messa di mezzanotte (naturale, ho pensato, a Natale si θ tutti piω buoni). Oppure quel­l’altra volta ancora, molto simile, in cui mi θ stata offerta una banconota da mil­le lire mentre parlavo con mia cugina, che θ bianca, davanti alle gradinate di un oratorio. In questo caso, la vecchietta premurosa, accortasi di avere male inter­pretato la situazione mi ha rimproverato seccata: «Ma insomma, se tu ti metti qui davanti...».

Io oggi sono iscritto all’universitΰ, guadagno qualcosa con la pubblicitΰ e la moda. Ho anche girato uno spot televisi­vo con Naomi Campbell. Ma ciς che mi piace di piω θ andare in giro con la mia telecamera a cercare l’altra faccia delle cose. Ad esempio, finito in Sudafrica per una trasmissione pubblicitaria, ho esplorato i quartieri neri di Cittΰ del Capo fa­cendo un piccolo documentario perso­nale.

Sul set televisivo l’unico non bian­co ero io, e in albergo pure, tanto che mi θ venuto da chiedere se erano rimasti dei neri in Sudafrica. Cosμ, dopo aver trovato un autista di colore, ho fatto un lungo giro per le bidonville visitando alcune famiglie.

Il razzismo probabilmente c’θ dappertutto, piω o meno forte. In Francia, perς, il razzismo all’italiana, spesso anche divertente, non l’ho mai trovato. Θ piω facile imbat­tersi in un cameriere francese che al tavolo di un pub ti dice «io non servo negri» (θ capitato a un mio amico) piuttosto che trovare un francese distinto che ti fa l’elemo­sina. Θ una questione di abitudine, penso.

Nel mondo della moda, mi sono invece trovato paradossalmente piω accettato: lavorando a Milano ho notato come in questo ambiente sei trattato in ugual modo da tutti. Non c’θ distinzione. Forse perchι le persone che ne fanno parte vengono da Paesi diversi. Cosμ ti accorgi di come il colore non sia un problema, ma che anzi alcu­ne volte ti serva. L’unico guaio θ che ti senti trattato come un oggetto: ma queste sono le regole del mercato.

Arrivato in Italia da piccolo, ho sempre vissuto la mia diversitΰ come una sfortu­na e un motivo di imbarazzo. Io volevo essere uguale ai miei coetanei. Mi ricordo che odiavo le gite di classe perchι questo voleva dire girare per la cittΰ e rischiare di incontrare il tipico ambulante senegalese che si metteva a parlare solo con me, quan­do io non mi sentivo diverso dai miei compagni.

Anche con la chiesa avevo proble­mi . Per almeno 5 o 6 anni, ogni volta che mi mettevo in fila per la comunione, pregavo il Signore affinchι il prete non notasse il colore della mia pelle e, a causa di questo, evitasse di darmi l’ostia. Solo poi, mi sono reso conto che possono esistere cristiani del mio colore. Ora, pensando a molte cose del passato, mi viene da ridere.

Fino a 14-15 anni credevo che non avrei mai potuto avere una ragazza italiana perchι andare in giro con me voleva dire superare la vergogna di mostrarmi alla gente. Dopo, non θ stato difficile accorgersi dell’esatto contrario. Probabilmente vedevo troppi film americani.

Sono comunque sicuro che la maggioranza delle persone si sta pian piano abi­tuando all’idea di  avere gente di diverso colore nella propria cittΰ. Fa parte dell’evolu­zione delle cose.

Anche se ancora oggi incontro chi si dice non razzista e poi si affretta a cambiare il cartello del pub - “ Si accettano per turno serale ragazze e ragazzi”- per evitare che mi venga in mente di chiedere lavoro. E se invece si dimentica di cancellare la scritta, mi chiede subito se ho il permesso di soggiorno. Ma in questo caso non ha scuse: sulla mia carta di identitΰ c’θ scritto

 “ italiano”.

 

 

ANALIZZA

( lavorando sul contenuto)

 

Ψ   Quali sono gli episodi – all’inizio del testo - su cui si sofferma il protagonista?

 

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Ψ   Che cosa racconta della sua vita e della carriera professionale?

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Ψ   Quali ricordi ha di alcuni momenti della sua infanzia?  Perchι – da adulto – ne ride?

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Ψ   Quali considerazioni esprime – in generale – sulle persone che incontra e con le quali si relaziona?

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ANALIZZA

( lavorando sul linguaggio)

Ψ   Rintraccia – nel testo – le espressioni in cui θ utilizzato un linguaggio giovanile, diretto, di facile comprensione.

( esempio: “…guadagno qualcosa con la pubblicitΰ” )

 

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RIFLETTI

 

Ψ   Pensi che l’infanzia di Matteo sia stata serena?

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Ψ   Ritieni che abbia superato, crescendo, il senso della “diversitΰ ”?

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Ψ   Secondo te, Matteo - da adulto – si vergogna della propria origine? Si sente escluso dalla societΰ?

 

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Ψ   Riesce a darsi una spiegazione del comportamento degli altri?

 

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APPROFONDISCI

 

Ψ   Che cosa intende Matteo quando dice: “…Ma ciς che mi piace di piω θ andare in giro con la mia telecamera a cercare l’altra faccia delle cose? ”

 

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RIELABORA

                                     

Hai mai assistito a comportamenti di “ scarsa tolleranza ” fuori della scuola o all’interno? Come ti sei comportato? Che cosa hai provato?

Racconta la tua esperienza.

 

 

 

Lezione n. 2

 

 

Testo espositivo  -  Autobiografie

 

 

QUATTRO  FACCE  DI  COLORE  DIVERSO

( da Luigi CIOTTI, Chi ha paura delle mele marce?, Ed. Gruppo Abele – SEI )

 

 


 

LE NOSTALGIE DI MOHAMED

Mi chiamo Mohamed, facevo il contadino in Marocco. Nel 1985, avevo ventiquattro anni, sono stato costretto ad emigrare in Italia perchι da due anni nel mio Paese c’era la siccitΰ e non avevamo piω niente da mangiare, c’era tanta fame. Sono arrivato a Verona, con alcuni amici che giΰ facevano gli ambulanti. Ma mi vergognavo a suonare di porta in porta.

Allora non si poteva ottenere il permesso di soggiorno e ho fatto la­vori saltuari. Invece non era difficile, come oggi, trovare alloggio. Nel 1987 sono riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno ed ho avuto la possibilitΰ di lavorare in regola. Ho fatto il muratore.

Poi ho lavorato part-time(1) in ospedale: pulizie e giardino...

Sono rientrato per qualche tempo in Marocco, dove ho comprato degli attrezzi per aiutare i miei familiari.

Al ritorno in Italia sono stato ospite per un anno, a Parma, di alcuni amici dell’associazione “Missione Oggi”, ho frequentato corsi di saldatura e carpenteria ( 2), dove insegnavano anche economia, storia e lingua italiana. Intanto facevo lavori stagionali.

Frequentando questi cristiani, io, che ero un musulmano molto rigi­do, sono diventato piω aperto al dialogo.

Credo che, quando non c’θ odio personale, le religioni hanno molte cose da dirsi, si possono incontrare.

A Parma ho trovato poi lavoro stabile e stavo bene con i miei fratel­li cristiani. Ma quando chi mi ospitava θ partito per il Bangladesh ( 3), sono rimasto senza alloggio e sono tornato a Verona.

Qui faccio il saldatore in una piccola industria, ma non sono ancora riuscito a trovare una casa. I prezzi per gli affitti sono altissimi... e cosμ sono costretto per il momento a coabitare ( 4) con altre quattro persone in una camera. Il nostro affitto θ molto alto, non abbiamo un contratto regolare e il padrone di casa puς mandarci via quando vuole. L’alloggio, secondo me, θ il problema piω grave per noi stra­nieri; il governo apre le frontiere, ma non ci aiuta per l’alloggio.

Θ anche necessaria la diffusione di scuole di lingua e cultura italiana per gli stranieri. Conoscendo un Paese nella sua storia e nelle sue tradizioni si impara a rispettarle e ad inserirsi senza troppi problemi.

Ogni due anni torno in Marocco. Spero, un giorno, di ritornarvi de­finitivamente, se mi sarΰ possibile lavorare come saldatore o come carpentiere.


Spesso sento nostalgia della mia casa, della mia famiglia, della mia gente... qui in Italia le nostre storie, le nostre abitudini, i nostri mo­di di considerare la vita, l’amicizia, l’amore... sono lontanissimi, co­sμ ci aggrappiamo ai ricordi e ci perdiamo nella nebbia di un passa­to sempre piω lontano da noi.  Essere “immigrato” per me non θ soltanto una nuova e diversa con­dizione sociale o economica, θ qualcosa che mi fa vivere nel nuovo Paese con tante speranze, ma anche con tante incertezze e insicu­rezze: θ come assistere ad un grande banchetto, ma rimanendo dall’altra parte del cancello.

Noi stranieri, immigrati, lo sappiamo di essere svantaggiati, di por­tare in noi la povertΰ e la disperazione di altri mondi, sappiamo che la nostra presenza non θ gradita a qualcuno, ma in questa che puς sembrare la nostra debolezza, c’θ la nostra forza, il nostro grande co­raggio per sfidare il destino, la paura, le distanze.., anche la morte.

 

1. part-time: espressione inglese che significa «a tem­po ridotto, a tempo parzia­le».

2. di saldatura e carpen­teria: per diventare operaio specializzato nella saldatu­ra ( nella tecnica di uni­re tra loro pezzi di metallo) e nella carpenteria (nel­la tecnica di costruzione di strutture portanti di legno o di metallo necessarie a Co­stituire l’ossatura di una co­struzione in muratura).

3. Bangladesh: Stato del­l’Asia meridionale.

4, coabitare: abitare insie­me.

 

 

 

PATRICK: L’ESPERIENZA DI UN LAVAVETRI

Mi chiamo Patrick, ho ventisei anni, vengo da Varsavia. Sono arri­vato a Torino in una notte di dicembre. Adesso lavo i vetri delle macchine, quando si fermano ai semafori che ci sono in centro cittΰ. Il lavoro θ duro: d’inverno fa sempre troppo freddo e d’estate fa sempre troppo caldo...

La concorrenza con gli altri lavavetri θ spietata... e la gente θ catti­va... non ci comprende, spesso ci insulta...

Di notte vado in un dormitorio pubblico. Non ho una casa, un posto dove possa stare per conto mio, vivere la mia vita.

Non ho null’altro che i vestiti che porto addosso e, in tasca, una fo­tografia di mia madre...

Ho molta nostalgia della Polonia.. della mia casa.. dei miei amici.. anche se so che molti di loro, come me, se ne sono andati.., e chis­sΰ ora dove sono.. Perς qui, in Italia, sono sicuro di mangiare tutti i giorni.

                                    Speranze per il futuro... non ho tempo di pensarci perchι devo ogni     giorno guadagnarmi quel poco che mi permetta di vivere...


 

5. colf : collaboratrice familiare, lavoratrice addetta ai lavori domestici.

6.cottages: termine inglese che significa “ case di campagna, villette di stile rustico”


MICHAEL: COLF DODICl ORE AL GIORNO

Mi chiamo Michael, sono filippina. Stavo in un’isola, Mindoro, vici­no a Manila e a Batangas. Θ una piccola isola, ma il mare intorno θ bellissimo e poi ci sono tante montagne e da queste montagne scendono delle cascate. Θ un posto turistico dove vengono molti Americani. Ci sono anche Italiani che vivono lΰ, lavorano nei risto­ranti o nei  cottages (6).

I miei genitori lavorano la terra, piantano il riso: la terra non puς mai essere lasciata; le mie sorelle sono tutte sposate, ma vivono

lon­tane dai mariti, i fratelli ancora studiano.

lo sono qui in Italia per guadagnare un po’ di soldi, soprattutto per

lon­tane dai mariti, i fratelli ancora studiano.

lo sono qui in Italia per guadagnare un po’ di soldi, soprattutto per

me, ma mando un po’ di denaro a casa per aiutare i fratelli a studia­re. Lavoro in una famiglia.

Sono stanca, ma non penso di tornare nelle Filippine. Andrς solo per vedere la mia famiglia e poi tornerς. Nel mio Paese ci sono mol­ti poveri, ma anche molti ricchi. I ricchi possono comprare tutto quello che

vogliono, posseggono case e macchine. I poveri vivono nelle aree depresse, non hanno nulla. Chiedono il cibo agli altri.

Perς vorrei cambiare lavoro, vorrei un lavoro da infermiera o, se c’θ, un lavoro in ufficio, come segretaria.


 Il lavoro che faccio adesso θ molto pesante: dalle 7,30 del mattino al­le  9,30 di sera, con solo due ore di riposo. Comincio a preparare la colazione,   poi pulisco la cucina e poi il salotto, il terrazzo; a pranzo c’θ  sempre il padrone di casa con i due figli.

 Il pomeriggio stiro, preparo la cena e, quando ci sono degli ospiti, devo stare su fino a molto tardi, perchι non si puς lasciare la casa in disordine.

Lavoro in media dodici ore al giorno, mentre il mio contratto θ di ot­to. La domenica e il giovedμ pomeriggio, quando sono libera vado a servizio in un’altra casa. Almeno guadagno qualcosa in piω. Lo fac­cio per  costruire la nostra casa perchι sono sposata: c’θ anche mio marito qui in  Italia e dobbiamo pensare al nostro futuro...

 

 

 FATIMA: BAMBINA ZINGARA INDESIDERATA

Sono una bambina zingara, il mio nome θ Fatima. La mia tribω vie­ne dalla Serbia. Con la mia famiglia ho girato tutta l’Europa e Ita­lia e ora vivo in un campo-sosta non autorizzato nella periferia di Milano.

Il Comune dovrebbe presto darci un luogo attrezzato dove sostare. Per il momento abbiamo soltanto dei cassonetti dove buttare l’im­mondizia e un’autobotte tutti i giorni ci porta l’acqua. Un pullman ci porta a scuola ogni mattina.

La gente che vive in questo quartiere non θ contenta di averci come vicini.. non ci saluta mai, si sposta quando passiamo... anche a scuola θ difficile farsi degli amici... Noi li chiamiamo «gagiς» quelli che non sono zingari come noi... forse anche con un po’ di disprez­zo... ma certamente siamo ricambiati...

 


 

ANALIZZA

( lavorando sui contenuti)

 

Ψ      Di quali problemi parlano i quattro giovani?

 

Mohamed……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

 

Patrick………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

 

Michael………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

……………………………………………………………………………………………………….

 

Fatima………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

 

 

Ψ      Come vivono Mohamed, Patrick, Michael, Fatima la condizione di immigrati?

 

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

Ψ      Come descrivono il loro futuro?

 

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

Ψ      Qual θ il problema piω grave che ognuno di loro mette in evidenza?

 

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

 

ANALIZZA

( lavorando sul linguaggio)

 

Ψ      Rintraccia nel testo le espressioni con cui Mohamed, Patrick e Michael spiegano il motivo per cui hanno lasciato il loro Paese.

 

Mohamed……………………………………………………………………………………………

 

Patrick………………………………………………………………………………………………

 

Michael……………………………………………………………………………………………....

 

RIFLETTI

 

Ψ      Quali sentimenti compaiono nei racconti dei quattro giovani ( rabbia, nostalgia…..)?

 

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………………………………………………………………………………………………………

 

APPROFONDISCI

 

Ψ      Sei un giornalista che vuole intervistare Mohamed.

            Rivolgigli alcune domande che ritieni interessanti e immagina che cosa e come

            potrebbe rispondere.

            ( utilizza il discorso diretto)

 

Giornalista: “……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………....”

 

Mohamed: “………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………”

 

Giornalista……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

Mohamed……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

Giornalista…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

 

Mohamed……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

 

Ψ      Il punto di vista di chi racconta.

            Rifletti sul racconto di Fatima e immagina che le seguenti persone parlino di lei:

 

a) una persona che abita vicino al campo-sosta.

 

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

b) un’insegnante della scuola che Fatima frequenta.

 

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c) una persona della sua tribω.

 

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RIELABORA

 

Riscrivi il racconto di Patrick in terza persona, immaginando che il narratore sia

un giornalista  che si sta occupando di immigrazione.

 

 

 

Lezione n. 3

 

Testo espositivo   -  Autobiografia

 

Nero di Puglia

 

(da Antonio CAMPOBASSO, Nero di Puglia, Ed. Feltrinelli )

 

Chi sono, chi ero? Ho la pelle nera, i capelli crespi, gli occhi che si accendono in fuochi delle foreste africane, ma sono nato in Puglia, figlio della guerra, dell’incontro casuale fra una donna pugliese e un negro californiano. E sono venuto al mondo proprio mentre l’Italia partoriva la Repubblica, il 2 giugno del 1946. Quindi la Repubblica democratica me la porto addosso come sorella gemella. Poi mia madre, la mia ragazza/madre umiliata dalla sua condi­zione si trovς un marito italo-inglese, e in principio quell’uomo mi promise un nome. L’altro, intanto, il giovane negro americano, era svanito con le truppe di occupazione in partenza. Non lo conosco, non l’ho mai visto, l’ho soltanto sognato. Ed ora eccomi qui, Antonio Campobasso, devo gridare la mia cronaca e cerco un giudice per un processo che non si farΰ mai, dove alle assurde norme dei codici mi sostituiate una parola che riscatti un’umanitΰ repressa ed emargi­nata.

Non sapevo di essere negro, nessuno me lo aveva detto, non sapevo che un colore e un odore umani diversi ti pesano addosso. Ero nato, cosμ per caso, in un paese mio/non mio, in mezzo alla guerra, in mezzo all’orgia ( 1) che accompagnς l’occupazione. Non porto la colpa delle cose avvenute prima di me, non voglio portarla, l’addosso ( 2)  a voi che mi avete preceduto: eppure queste cose mi fanno una colpa vivente, la colpa rabbiosa del vivere.

Come ho saputo che ero un diverso? A sei anni me lo ha insegnato la scuola con tutta la barbarie dei suoi pregiudizi. Eccomi lμ in mezzo a ragazzi che mi guardano strano e mi aprono traumi nel sangue ( 3). Entro. Giocano fra loro e il mio ingresso sospende le voci, le stridule voci che credevo mi appartenessero da sempre. Il maestro si allontana. I bambini mi girano intorno, mi osservano con tutta la crudeltΰ che appartiene ai bambini, mi trattano come una bestia da circo. E subito vengono fuori dalle loro labbra voci infamanti: « Badrone, buana, badrone, sμ badrone, sμ buana, io gogliere  nogi di goggo », proprio come sulla nave folle che versς sui paesi d’America la prima mandria di schiavi, ed era una nave che portava il nome di Jesus Christ ( 4) . La gloria del mio grembiule nuovo, procuratomi da mia nonna non so attraverso quali silenziosi stenti ( 5), cadeva nel fango.

                Divento ... grande.

Il tutore( 6) θ solo un padrone. Senza lasciarmi fiato, mi destina al  servizio  dei suoi  clienti, mi fa  lavare montagne di  piatti, non mi  dΰ un  soldo: sono un  porco che

 mangia e gli  basta. E dormo in  una sala buia del  ristorante, quando tutti  sono  andati via, perchι devo essere  anche un cane  da guardia contro  i ladri  che possono

 penetrarvi. Lui va a  dormire in una casa  che non ho  mai  visto. La giornata non ha  respiro: alle sette del  mattino divoro gli  avanzi e poi  giω a far pulizie, a  spazzare,

 a lavare i pavimenti del bar, del  ristorante, della pista da ballo. Il tempo mi insegue  perchι alle undici tutto deve essere pronto, per passare in cucina dove mi  attendono

 piatti e  pentole da lavare. E poi, via,  giacca  bianca , a servire il pranzo ai  padroni,  saziandomi fra un momento e l’altro con le briciole. A mezzogiorno arrivano i

 clienti e per  tre ore corro  avanti e  indietro, salendo e risalendo  le scale e, se  nella  frenesia del servire rompo piatti, e mi capita  di  farlo, eccolo il  mio tutore a

 tassarmi, a sottrarmi le poche ore di  riposo, accelerando in  ritmi  pazzi le prime ore  del  pomeriggio, la pulizia del bar e  delle  insegne. E alle  sei di sera,  di  nuovo, a

 servire De Niddo ( 7) e la  sua  famiglia, poi, a  qualche ora di  distanza, i clienti  che  cominciano ad  arrivare, e cosμ via fino alle undici. A mezzanotte termino di

 sparecchiare, tiro fuori  da uno sgabuzzino la  mia  branda, la stendo nella sala del  ristorante e crollo  nel sonno. Per il resto  raggranello quattro centesimi  di mance,

 perchι  il padrone ha  giΰ fatto  tanto sacrificio accogliendomi  presso di lui. Non c’θ  bisogno di retri­buire la mia fatica, perchι egli θ il mio tutore e il mio ospite

 munifico( 8). Uscivo dalla nuova  prigione soltanto una  volta alla settimana per  andarmi a vedere un film, ma  dovevo tornare alle  dieci: se mancavo all’orario, mi

 attendeva  la punizione alla  settimana  successiva, niente ore libere, niente  uscita.

 Eppure  erano tre ore di  libertΰ  totale, cronometrate, ma affrancate  dalla fatica.  Non avevo tempo, in queste  tre ore, di  stringere amicizie, di  stabilire rapporti con

 altri, era un rapido fuggire nel mondo fuori di me che mi chiamava e mi si  mostrava  diverso dalla  camera buia del ristorante, dalla  cucina dove mi aspettavano  i piatti

 sporchi. L’unico ponte con gli affetti desiderati e perduti era una ragazza: la  fidanzata del figlio del padrone, una ragazza sensibile e umana, cui mi sentivo  tanto

 legato da  rinunziare anche al cinema per trascorrere qualche ora a casa sua, accanto  ai suoi genitori, dove sentivo  il calore di  una famiglia mai  avuta. Il fidanzato,

 Dione, appena  laureato in medicina, ruppe  il fidanzamento e si scelse la figlia di  un ricco professionista  di Bari. Fu allora  che i genitori  della ragazza mi invitarono

 a non frequentare  piω la loro  casa: ed  in me si  aprμ una nuova  ferita . Il giorno  dopo il      padrone mi costrinse a raccogliere sassi e detriti accatastati dalla marea

 sulla sua spiaggia privata. Oh, allora   mi sentii ridotto  alla condizione di  uno  schiavo, di  un servo strappato alle foreste per servire i padroni bianchi, aperti

 all’ingan­nevole pietΰ e pronti, invece, a tenderti una mano rapace. Decisi di  scappare .

 

1. all’orgia: alla grande confusione, al disordine causato dalla guerra.

2. l’addosso: la riverso su di voi che allora eravate adulti.    

3. Eccomi ... sangue: gli altri bambini lo guardano con stupore, odio, ribrezzo; ciς causa al bambino profondi turbamenti che non si cancelleranno piω.

4. E subito vengono fuori ... : il piccolo Antonio soffrirΰ molte umiliazioni, fin dall’infanzia. Gli altri bambini

lo schernivano facendo il verso delle persone di  colore che parlano un’altra lingua. Proprio come accadde ai primi schiavi che vennero portati nel Nuovo Continente.

5. silenziosi stenti: fatiche e umiliazioni sopportati con amaro silenzio.

6. tutore: θ colui al quale il tribunale dei minori affida la cura fisica e morale di un minorenne privo di genitori.

7. De Niddo: θ il cognome del tutore, che non si dimostrerΰ all’altezza del compito affidatogli dalla legge.

8. Non c’θ……munifico : con amara ironia l’autore dice che la paga per il suo lavoro non gli veniva concessa, perchι il suo tutore era molto “ buono” con lui dandogli da mangiare e da dormire.

           

 

ANALIZZA

( lavorando sul contenuto)

 

Ψ      Chi sono i genitori di Antonio?

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Ψ      Antonio conoscerΰ mai il proprio padre?

         ..............................................................................................................................................

 

Ψ      Con chi vivrΰ i primi anni di vita?

         ..............................................................................................................................................

 

Ψ      Come si comporta il tutore con Antonio?

         .............................................................................................................................................. ……………………………………………………………………………………………...

 

Ψ      Come vive Antonio le ore di libertΰ?

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Ψ      Perchι decide di scappare?

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ANALIZZA

( lavorando sul linguaggio)

 

 

Ψ      Rintraccia – nel testo – le espressioni che si riferiscono:

 

a)     ai sentimenti che Antonio prova  verso il padre sconosciuto

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b)  alla madre

 

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c)  ai rapporti con i coetanei

 

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d)  all’amore della nonna

 

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APPROFONDISCI

 

Ψ      Scegli una battuta del racconto che, secondo te, racchiude tutto il senso del testo e commentala.

 

 

Lezione n. 4

 

Testo espositivo : Autobiografia

 

LA    CASA – AUTO

 

( da Pap  KHOUMA, Io venditore di elefanti, a cura di O. PIVETTA, Ed. Garzanti )

 

La casa θ il sogno irrealizzabile del senegalese clandestino e di qualsiasi altro clandestino di ogni parte del mondo, che non ha il permesso di soggiorno e, in aggiunta, si presenta al locatore (1)con la pelle tendente al nero, i capelli sempre troppo lisci o troppo crespi, il portafoglio vuoto ( semivuoto quando va bene).

In queste condizioni, mi sembra evidente che per trovar casa occorre la protezione del nostro Dio, che non ha sempre l'orecchio attento alle tribolazioni di un povero senegalese in Italia. Noi quattro, Falou, Mordiarra, il fratellino As ed io, puntiamo su un incontro fortunato. Ci mettiamo cioθ in attesa a un binario della stazione di Riccione. Il primo senegalese che sbarca sarΰ la nostra  vittima. Eccolo. Fortuna vuole che lo avessi conosciuto durante l’estate.

“Siamo appena arrivati da Parigi. Siamo in quattro. Cerchiamo casa. Puoi ospitarci per una notte?”. Immagino i pensieri che passano in un baleno nella testa dell’amico. Ma non puς dire di no . La  fratellanza tra senegalesi lontani dalla loro bella patria impone l'ospitalitΰ. Per una notte dormiamo tranquilli. Ma l’indomani siamo daccapo. Siamo davvero in troppi per due locali piω servizi. Un nuovo indirizzo ci porta a Cesenatico, in un vec­chio edificio, abitato - cosμ almeno si diceva - da cinque o sei fratelli. Ne troviamo qualcuno di piω. Soprattutto incontriamo ragazzi e ragazze appe­na arrivati da Parigi col loro carico di merce: gli elefantini, le maschere di ebano, i portacenere e dell’altro bell’artigianato africano.

“Cari amici, siamo qua”.

“Anche voi!”.

“E non sappiamo dove andare”.

“Ma guarda!”.

“Non abbiamo nulla da vendere”.

“Vi daremo noi un po’ di merce per cominciare”.

“A credito perς”.

“Ma guarda!”.

“E anche un po’ di soldi per la benzina”.

Alla fine ci offrono un buon pranzo. Ma un letto no . Di un caro sospirato letto non se ne parla. Sono giΰ in troppi. Cosμ unico nostro letto diventa la macchina, che parcheggiamo in un luogo buio e riparato, al ritorno da ogni raid commerciale, tra Rimini, Cesena, Santarcangelo di Romagna, una moltitudine di paesini, bar, mercati, pizzerie. Lungo le spiagge d’estate era piω facile. Adesso c’θ di mezzo una fatica supplementare. Tutte le sere sono centinaia di chilometri per raggiungere una localitΰ diversa, che non goda di cattiva fama. Non mi piace entrare nei bar. In spiaggia, tra la folla dei turisti, θ piω semplice individuare il cliente giusto. Nel bar sei osserva­to, studiato, giudicato. In un piccolo locale non puoi sfuggire alle cattiverie, alle accuse, non puoi mimetizzarti, nasconderti. E poi sono timido. Mando sempre avanti l’amico coraggioso. Lui parla, lui mostra la merce, io ascolto e mi infiltro, allungando le mie belle mani cariche di elefanti e di maschere, elefanti e maschere dell’India, del Kenia, della Costa d’Avo­rio, del Senegal e del Mali.

La mia Africa in vendita.

C’θ sempre qualcuno che si mette a esporre le sue idee sull’Africa e rac­conta di lunghi viaggi, incontri, cittΰ. Lasciamolo dire. E’ un buon modo per cominciare le vendite, convincere qualcuno in piω a comperare, chiu­dere l’affare in fretta. Questo θ l’obiettivo: la fretta. Per sparire subito, perchι non si sa mai che un caro fratello italiano, mentre siamo lμ ad ascoltare le chiacchiere sull’Africa, non abbia avuto l’idea di chiamare la polizia. La polizia o i carabinieri sono giΰ in agguato per conto loro. La nostra Peugeot rossa targata Parigi attira polizia e carabinieri. Ma la targa di Parigi molte volte ci salva. “Dove andate? Che cosa fate?”. Rispondo sempre io, perchι mi sono impratichito di due parole in piω di italiano. Tutte le notti, al ritorno dalle vendite, resto alzato per un paio d’ore con la mia grammatica in mano e mando a memoria (2) regole, desinenze, verbi, pronomi, sostantivi, aggettivi, avverbi di luogo, di stato, concordanze. Sono il piω bravo. Ho imparato in questi mesi una cosa importante: davanti alla polizia non θ vantaggioso recitare la parte di quello che non sa, che non capisce, che non tira fuori una parola di italiano neanche morto. Meglio, molto meglio rispondere in modo appropriato, non com­plicare la vita ai poliziotti e ai carabinieri, che sono giΰ arrabbiati per conto loro. Occhi bassi, quindi, sμ capo, hai ragione capo, ma in italiano. Il capo allora senza dubbio chiederΰ: “Ma come fai a sapere l’italiano?”.

Tocca a me: “Noi parliamo tante lingue. Lui parla l’inglese. Quest’altro il tedesco. Lui lo spagnolo. Noi conosciamo tante lingue”.

“Ma che ci fate qui?”.

“Siamo studenti”.

“Fuori i documenti”.

“Siamo di Parigi, come vedete dalla macchina. E stiamo tornando a Pari­gi. Siamo venuti a Bologna per salutare alcuni amici”.

Bologna poteva diventare Pesaro oppure Perugia oppure Padova, sempre una sede universitaria comunque, perchι siamo studenti, sempre diretti a Parigi. Il trucco spesso funziona. In fondo neppure gli zii (3) hanno una gran voglia di perdere tempo con quattro ragazzi neri. Ma puς capitare che lo zio abbia voglia di perdere tempo oppure che sia molto severo e rispettoso della sua uniforme.

E allora ribatte: “Guarda che tu sei clandestino”.

“Sμ, capo”.

“Non puoi rimanere in Italia”.

“Hai ragione, capo”.

“Te ne devi andare”.

“D’accordo, capo. Ti giuro che non tornerς mai piω”.

“Se ti rivedo, sappi che ti posso sbattere in galera”.

“Lo so, capo. Scusa, capo”.

Lo zio diventa sempre piω minaccioso con la storia della galera. Ci dob­biamo umiliare sempre di piω. Quando non basta, la minaccia si concre­tizza. Tutti in galera. Per un’ora, per un giorno, per una settimana. L’umore dello zio θ variabile. L’accusa θ sempre la stessa: clandestini a bordo. Le nostre reazioni sono diverse: all’inizio si piange, alla fine, con un po’ di esercizio, si ride. Pensiamo sempre al paese lontano e soprattutto alla mamma: “Che cosa ci facciamo noi qua? Che cosa abbiamo fatto di male? Abbiamo solo cercato di vendere per vivere, In Senegal non siamo mai stati arrestati”. Nessuna imprecazione perς. Non sta bene e potrebbero sentire. Solo lamenti e profondi sospiri. Finchι qualcuno non perde la pazienza: “Smettetela frignoni (4)”. A quel punto nessuno puς accettare di passare per frignone: “Frignone sarai tu”. Si passa allo scherzo, per farsi coraggio. L’amarezza rimane, ma come attutita, nascosta. La cella prima o poi si apre, quando lo zio ritiene che i ragazzi del Senegal abbiano ormai capito chi comanda. “E adesso non fatevi piω vedere”. D’accordo, capo. Ma il commercio deve continuare, secondo il ritmo previsto: tutti i santi giorni, partenza nel primo pomeriggio, vendita dalla sera in avanti, ritor­no quasi all’alba. La destinazione θ sempre incerta. Seguiamo le informa­zioni degli amici. Altre volte ci si muove a caso. Falou, l’autista, θ impa­ziente: “Mi dite insomma dove devo andare?”. In autostrada ciascuno espone agli altri il motivo per cui θ meglio scegliere una localitΰ piuttosto di un’altra: ‘E va bene. Andiamo lμ.”.

Raggiungiamo un paese, magari nell’interno delle Marche. Sbarcano i senegalesi. Cioθ sono arrivati i marziani. Si avverte in giro l’agitazione. Rappresentiamo una novitΰ e uno spettacolo.

La macchina resta ben nascosta, sottratta agli occhi della polizia. Un paio di noi entrano nel primo bar. Facce curiose, qualche volta sospettose. Dalle borse comincia a uscire una famiglia di elefanti. E con dolcezza si alza una voce: “Volete comperare?”. Dal fondo del bar avanza un ragazzo.

E’ attratto dalle collane. Ne esamina qualcuna. Altre collane, bracciali, orecchini, anellini emergono dalle borse.

“Da dove vengono?”.

“Dall’Africa, naturalmente”.

“E quanto costano?”.

La trattativa θ aperta. Quasi ci siamo. Altri si accostano al tavolo della vendita. Curiosi. Si avvicinano piω per noi che per la merce: “Ma da dove venite?”. Quante volte mi sono sentito rivolgere questa domanda. Mi sento un oggetto raro e vorrei sparire. Ma questo θ commercio e dobbia­mo approfittare di tutte le circostanze per familiarizzare, conquistare un po’ di simpatia, scambiare qualche parola e alla fine piazzare la nostra merce. Ci va bene. Si vende. Il barista offre persino da bere. Passiamo in un altro bar. Puς succedere che ti accolgano con un “Fuori!’. Non θ il caso di insistere. Fuori allora. Ritentiamo in un’altra strada. Il proprietario ci offre da bere. Per me θ sempre un bicchiere di latte. Seguo le racco­mandazioni del padre: “Non bere alcol e non fumare”.

“, marocchino”. L’amico vuole divertirsi. E va bene. Lasciamolo diver­tire. Un ragazzo si muove furtivo attorno alle nostre collane. Finisce che ne sparisce una. Un furto. Ce ne siamo accorti. Se ne accorge anche l’amico: “Metti giω la collana”. Qui scoppia la rissa. “Adesso chiamo la polizia, se non restituisci la collana”. Mamma mia, siamo a posto.

Ci si mette di mezzo il barista: “Dai, muoviti, tira fuori la collana che hai rubato. Ma non ti vergogni, rubare una collana a questo ragazzo!” A que­sto punto il venditore senegalese si appiattisce contro il muro, si rifugia dietro l’attaccapanni, cerca insomma di sparire: “Se arriva la polizia, qui a finire dentro sono io”. C’θ sempre qualcuno che prende le nostre difese. Tra le umiliazioni, le offese, i furti c’θ sempre qualcuno che prende le nostre parti. Il guaio θ che noi non possiamo mai difenderci, perchι siamo clandestini e la legge θ contro di noi. Tutti lo sanno. Anche quel signore elegante che una sera ci ricatta: “O mi dai la roba al prezzo che dico io, o faccio arrivare i carabinieri”. Oppure il ragazzo con i capelli a spazzola che ti prende in giro, scimmiotta la tua voce, i tuoi comportamenti: “Vu cum prΰ, vu cumprΰ”. “Ignoranti” mi dico. Nessuno mi puς sentire e l’offesa mi resta dentro, me la trascino appresso per tutta la notte. I piω giovani pian­gono. Ma qualcuno capisce la nostra situazione e compra anche se non ne ha bisogno. Un altro ti offre la cena o ti regala dei soldi. Non mi piace.

Voglio vendere, perchι questo θ un lavoro. L’elemosina non mi piace. Ma - lo capisco - anche questa θ solidarietΰ. Ed θ un conforto di fronte alla diffi­denza, alle parolacce che bruciano, agli insulti. Per fortuna ci sono gli amici ad attendermi e c’θ la nostra macchina rossa, Peugeot targata Parigi. La vendita, se non ci scoraggiamo prima, se non ci fermano i carabinieri, prosegue fino a mezzanotte. Se siamo lontani da un possibile letto, dor­miamo in macchina. Grazie all’auto, il viaggio pomeridiano puς diventare piω complicato, ma anche molto piω proficuo. Se conosciamo la zona, lavoriamo separati. L’autista ci accompagna in localitΰ diverse. Ciascuno dei venditori si avventurerΰ da solo nei bar o nelle pizzerie. A una certa ora, l’autista ripassa. O, almeno, si spera che ripassi, perchι la macchina si puς guastare, la polizia la puς fermare. Se l’appuntamento salta, il vendi­tore senegalese resta in attesa, magari una notte intera. Non mi va di rischiare, per cui scendo sempre per ultimo dalla macchina e sempre vici­no al parcheggio finale. Lavoro sempre dove c’θ la macchina. Una notte all’aria aperta θ terribile, in compagnia del freddo e della paura.

 

1. locatore: chi cede qual­cosa in affitto, in questo caso un alloggio.

2. mando a memoria: imparo a memoria

3. zii: in questo caso i poliziotti.

4. frignoni: piagnucoloni

 

ANALIZZA

( lavorando sul contenuto)

 

Ψ      Che cosa rappresenta la casa per il senegalese clandestino o per qualunque altro clandestino?

 

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Ψ      Perchι la macchina diventa l’unico letto?

 

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Ψ      Perchι gli affari debbono essere chiusi in fretta?

 

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Ψ      Qual θ l’atteggiamento che il protagonista ritiene piω conveniente di fronte ai poliziotti?

 

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Ψ      Che cosa comporta l’accusa di essere clandestini?

 

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Ψ      Perchι al protagonista non piace l’elemosina?

 

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ANALIZZA

( lavorando sul linguaggio)

 

Ψ      Nel testo si intrecciano due temi:

a)                  la difficile condizione degli extracomunitari nel nostro Paese;

b)                  atteggiamento degli italiani nei loro confronti.

Rintraccia, nel testo, le espressioni che si riferiscono ai temi indicati, riportandole nella tabella seguente:

 

 

 

 

La difficile condizione degli extracomunitari nel nostro Paese.

 

L’atteggiamento degli italiani nei loro confronti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIFLETTI

 

Ψ      Considera ciς che hai scritto nella colonna “ L’atteggiamento degli italiani nei loro confronti”.

Prevalgono gli atteggiamenti positivi ( di solidarietΰ ) o negativi ( di ostilitΰ )?.

Esprimi il tuo parere.

 

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Ψ      Dal racconto di Pap Khouma ti sembra che questi clandestini abbiano nostalgia della loro casa, del loro Paese, delle loro famiglie?

 

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RIELABORA

 

Ψ      Sicuramente anche a te θ capitato di incontrare degli extracomunitari di colore: come hai reagito di fronte alle loro richieste?

Racconta una personale esperienza o un fatto di cui sei stato testimone.

 

 

 

 

 

 

 

Lezione n. 5

 

Testo argomentativo

GLI  EXTRACOMUNITARI  IN  ITALIA

( da  G. CASIGLI – G. CROCENTI, Quale futuro, Ed. M. Derva, Napoli)

Quanti sono in Italia gli extracomunitari, cioθ gli immigrati che provengo­no da Paesi che non fanno parte della Comunitΰ Economica Europea? Stime ufficiali non sono possibili. Alla fine del 1992 erano piω di un milio­ne, molti dei quali sprovvisti del permesso di soggiorno. Gli immigrati vivono in veri tuguri, in casolari abbandonati privi di ogni igiene, nelle case diroccate, perfino nei loculi (1) in costruzione nei cimiteri e se dapprima, per vivere, sceglievano le zone agricole, oggi sono presenti, e in numero massiccio, anche nelle grandi cittΰ.

Gli immigrati di colore sono utilizzati in molte attivitΰ produttive: per la raccolta del pomodoro in Campania, per la pesca in Sicilia, per l'industria conciaria ( 2) nel Veneto. Ma li vediamo un po' dovunque: nelle case, intenti a lavori di manutenzione e pulizia; sulle impalcature dei cantieri edili; nei campi a maneggiare attrezzi complessi quanto pericolosi. Tutto lavoro sommerso e a basso costo, fuori del mercato legale, privo di orario stabilito. A questo punto non si puς fingere di non vedere: l'immigra­to trova lavoro da noi perchι θ pagato poco, perchι non pretende, perchι accetta tutti i lavori, soprattutto quelli che l'italiano rifiuta. Se nelle campagne o nei piccoli centri la situazione θ difficile, nelle grandi cittΰ diventa spesso esplosiva. E se nelle zone agricole i clandestini ( 3) restano perchι "servono" in alcuni quartieri di Milano, Firenze, Roma o Napoli vige ormai un' italianissima  apartheid ( 4).

Di fronte ai primi episodi di intolleranza, il governo italiano si era limitato a deprecare (5)il comportamento di "alcuni teppisti" offrendo una solidarietΰ verbale (6)quanto inutile alle vittime. Poi gli episodi di razzismo si sono moltiplicati e sia l'indignazione della maggioranza della popolazione di fronte alla latitanza( 7) del governo, sia il numero rilevante di extracomunitari nelle gran­di cittΰ hanno spinto le autoritΰ pubbliche a prendere provvedimenti per tentare di porre rimedio a una situazione cosμ drammatica. Il 28 febbraio 1990, su proposta del vicepresidente del consiglio Claudio Martelli, θ stata varata una legge che ha disciplinato l'ingresso dei cittadini extracomunitari nel nostro Paese, indicando anche le modalitΰ per la rego­larizzazione di quanti di essi erano giΰ presenti in Italia. I punti piω salienti di questa legge sono quelli che riguardano il permesso di soggiorno. Esso viene concesso solo a quanti siano in grado di dimostrare di disporre di beni personali o di un'occupazione regolarmente retribuita o infi­ne dell'impegno di un ente, di un'associazione o di un privato "che diano idonea garanzia ad assumersi l'onere ( 8) dell'alloggio e del sostentamento del cittadino extracomunitario".

Al suo apparire la legge Martelli suscitς molte polemiche e un acceso dibattito, dividendo il mondo politico e l'opinione pubblica in due opposti schie­ramenti che si ripropongono ancora oggi.

I favorevoli all'immigrazione sostengono che θ giusto accogliere gli immi­grati provenienti dai Paesi del Terzo Mondo che sono state vittime del colo­nialismo e che nella loro terra non trovano possibilitΰ di sopravvivenza. Ricordano anche che gli emigrati italiani in Usa e in Germania hanno trovato facilmente lavoro senza subire forti discriminazioni. Asseriscono inol­tre che i lavoratori di colore non tolgono lavoro agli italiani perchι accetta­no occupazioni che questi ultimi rifiutano, evitando il tracollo di quelle atti­vitΰ economiche che si svolgono nelle campagne cariche di pesticidi e nelle celle frigorifere. Affermano infine che quanti si oppongono a una politica a favore degli immigrati lo fanno per puro spirito razzista. Dall'altra parte, invece, si mettono in luce le giΰ gravi difficoltΰ in cui versa l'occupazione in Italia e l'assoluta carenza di abitazioni in cui far alloggiare i nuovi arrivati. Si afferma anche che la mancanza o la precarietΰ del lavoro possa far diventare gli extracomunitari facile preda della criminalitΰ organiz­zata, sempre alla ricerca di manovalanza per i suoi traffici illeciti. A sostegno di questa posizione si porta come esempio il moltiplicarsi degli episodi di intolleranza avvenuti nelle cittΰ che ospitano le comunitΰ di immigrati; come pure la violenza e la promiscuitΰ (9) che caratterizzano il modo di vivere degli immigrati, costretti a dormire in locali sporchi e malsa­ni, senza acqua calda e del tutto privi di servizi.

Θ difficile stabilire chi ha ragione. La veritΰ, probabilmente, sta tra le due opposte tesi. La legge Martelli, pur avendo il merito di aver fatto emergere il problema nella sua complessitΰ, ha indicato solo in parte le soluzioni. Dopo qualche anno di applicazione essa richiede modifiche e integrazioni ed esi­stono giΰ proposte di revisione che prevedono, tra l'altro, controlli piω seve­ri delle documentazioni esibite a sostegno delle richieste di soggiorno non­chι una sorveglianza ancora piω rigida delle frontiere.

  1. loculi: nicchie destinate ad accogliere le bare per la sepoltura.
  2. industria conciaria: industria in cui  le pelli vengono trattate con sostanze speciali. I luoghi in cui si effettua la lavorazione sono noti per l’odore nauseabondo che emanano.
  3. clandestini: immigrati senza regolare permesso di soggiorno.
  4. apartheid: segregazione. Si riferisce al regime di segregazione attuato in Sudafrica nei confronti della popolazione di colore.
  5. disapprovare
  6. solidarietΰ verbale: solidarietΰ fatta solo di parole.
  7. latitanza: mancanza di provvedimenti da parte del governo.
  8. onere: impegno di provvedere alle spese.
  9. promiscuitΰ: presenza in uno stesso luogo di persone di sesso diverso, costrette a vivere senza la necessaria personale riservatezza.

 

 

 

 

ANALIZZA

( lavorando sul contenuto)

 

Ψ      Perchι gli extracomunitari trovano lavoro nel nostro Paese?

 

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

 

Ψ      Quale situazione θ venuta a crearsi nelle grandi cittΰ?

 

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

 

Ψ      Qual θ stato inizialmente l’atteggiamento del governo rispetto agli episodi di intolleranza?

 

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

 

Ψ      Che cosa stabilisce la legge Martelli?

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………     

 

 

ANALIZZA

( lavorando sul linguaggio)

 

Ψ      Scrivi –  consultando eventualmente il dizionario – il significato delle seguenti espressioni:

 

lavoro sommerso:……………………………………………………………………………

 

fuori del mercato legale…………………………………………………………………….

 

la situazione, nelle grandi cittΰ, diventa esplosiva……………………………………………………………………………………..

 

subire discriminazioni………………………………………………………………………

 

precarietΰ del lavoro…………………………………………………………………………

 

 

RIFLETTI

 

Ψ      L’approvazione della legge Martelli ha diviso l’opinione pubblica.

Completa la tabella scrivendo gli argomenti a favore dell’accoglienza e a sfavore:

 

E’ giusto accogliere gli immigrati

Non θ giusto accogliere gli immigrati

1)

1)

2)

2)

3)

3)

4)

4)

5)

5)

6)

6)

7)

7)

8)

8)

9)

9)

 

 

 

 

 

RIELABORA

 

Quali delle tesi espresse in questo testo ti sembra piω convincente, tanto da poterla condividere?

 

Lezione n. 6

 

LAVORO DI GRUPPO e  DISCUSSIONE IN  CLASSE

 

Argomento: Essere immigrato

 

I fase: Divisione in gruppi. Confronto tra i componenti del gruppo sui temi seguenti:

 

Dai vari racconti emergono

Ψ     Motivi di fondo che spingono molte persone a lasciare il loro Paese: la povertΰ, l’attrazione di una vita piω facile e migliore, la fuga in cerca della libertΰ.

Ψ     Problemi che gli stranieri, arrivati nel nostro Paese, debbono affrontare: la casa, il lavoro, la salute.

Ψ     Pregiudizi : gli immigrati sono descritti come delinquenti, violenti,…..

Ψ     Forme di razzismo

 

 

II fase: Relazione di ogni gruppo agli altri compagni.

 

 

III fase: Discussione collettiva

 

 

Lezione n. 7

 

VERIFICA SOMMATIVA:   

 

PRODUZIONE  DI  UN  TESTO

 

Nei brani letti sovente si parla di tolleranza. Che cosa intendi tu per tolleranza?

Come mai anche in una classe scolastica θ cosμ difficile tollerarsi?

Rifletti e proponi delle soluzioni.