Massimo Toschi, dall’Onu
contro la piaga dei bambini soldato
300.000 sono i bambini che hanno impugnato un’arma o
fanno parte di eserciti più o meno regolari. Di pochi mesi fa il tentativo
di trasformarne due in kamikaze. Il fenomeno dei bambini soldato rappresenta
una violazione gravissima dei diritti umani alimentata da guerre sempre più
lunghe e cruente.
Abbiamo incontrato Massimo Toschi dell’Ufficio
del Rappresentante Speciale del Segretario Generale sui Minori nei Conflitti
Armati in occasione della giornata di proiezioni dedicate alla violenza sui
minori da Amici dei Popoli e Human Rights Nights – il Festival
del Cinema sui diritti umani che si è tenuto a Bologna e Forlì tra la fine di
marzo e l’inizio di Aprile – e con lui abbiamo parlato della piaga dei bambini
soldato e degli strumenti necessari a debellarla.
Bambini e soldati. Chi sono? Per chi combattono?
A farne piccoli e spietati combattenti sono in genere gli eserciti ribelli, ma
spesso e volentieri a fare ricorso ai minori sono anche gli eserciti
governativi. I bambini soldato nel mondo sono circa 300.000, per lo più si
vengono impiegati in Africa, ma non mancano in altre aree del mondo come
l’Asia, il Sud America e l’Europa. E, anche se può sembrare folle, non vengono
impiegati solo in zone di guerra. In Sud America ad esempio costituiscono la
mano armata delle bande che nelle favelas si combattono per il controllo dello
spaccio di droga.
Ma perché gli eserciti arruolano i bambini?
Stiamo paradossalmente assistendo in questi anni ad una forma di imbarbarimento
delle guerre che nascondono dietro a motivazione religiose, etniche o
nazionaliste lo sfruttamento e i traffici illegali di risorse naturali. In
questi conflitti sempre più spesso si trova coinvolta la popolazione civile, e
soprattutto i bambini, contro ogni diritto internazionale umanitario.
Utilizzare i bambini diventa poi una necessità laddove le guerre durano a lungo
e bisogna rimpiazzare le perdite con reclute ubbidienti, poco costose e
facilmente gestibili.
Infine c’è la tecnologia a venire in aiuto a questo genere di eserciti con armi
automatiche sempre più leggere: così facili da usare che anche un bambino di 10
anni è in grado di maneggiare un kalashnikov con grande efficacia.
Che cosa ne è di questi bambini?
Per questi ragazzi sopravvivere alla guerra è molto difficile perché vengono
impiegati per i compiti più pericolosi come l’attraversamento di campi minati o
l’intrusione come spie nei campi nemici, o finiscono per diventare schiavi
sessuali. La loro età unita all’effetto delle droghe e dell’alcol – di cui sono
costretti a fare abbondante uso per essere più facilmente obbligati a fare ciò
che gli adulti vogliono – li rende i soldati più pericoli e aggressivi che ci
si possa trovare di fronte e questo li espone alla reazione violenta degli
altri eserciti e spesso anche delle truppe di pace che rispondono
immediatamente al fuoco invece di tentare di disarmarli.
A quelli che sopravvivono alla guerra, restano violente mutilazioni fisiche e
psicologiche.
È vero che molti ragazzi di strada si arruolano volontariamente tra le fila
dei ribelli?
È vero. Le adesioni volontarie sono meno di quelle coatte, ma ci sono; anche se
non esistono dati sicuri circa la proporzione tra ragazzi che scelgono
volontariamente le armi e coloro che invece sono costretti ad arruolarsi in
seguito a rapimenti e torture. Nella Repubblica Democratica del Congo per
esempio solo nel ’97 circa 5000 ragazzi si sono arruolati seguendo l’invito
delle radio locali.
Si deve pensare però che in molti paesi africani, dove la guerra ha distrutto interi
villaggi e costretto le comunità a spostarsi in villaggi temporanei di sfollati
(internally displaced people) – come accade nel Nord Uganda – più che di
ragazzi di strada bisogna parlare di ‘popolazioni di strada’. Le comunità di
queste zone sono talmente violentate dalla guerra da essere assolutamente
fragili e non in grado di costituire un riparo e una risorsa per molti bambini
orfani o comunque soli. L’esercito invece, oltre a garantire cibo e protezione,
offre a questi ragazzi un comunità forte di cui far parte; nell’esercito molti
bambini trovano identità e famiglia.
In Africa, orfani o con famiglie estremamente povere e disagiate, molti ragazzi
hanno nell’esercito la loro unica possibilità di sopravvivenza e di futuro.
Che cos’è l’Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale sui
Minori nei Conflitti Armati?
È un’agenzia che non ha compiti operativi o di intervento diretto in situazioni
di conflitti armati che coinvolgono i bambini, ma che promuove l’attenzioni di
governi e istituzioni sui temi dell’infanzia in guerra studiando e migliorando
la legislazione internazionale in materia; monitorando i media e favorendo
azioni di lobby tra le forze attive in questo campo.
L’agenzia è nata in seguito ad uno studio sull’effetto dei conflitti armati sui
bambini affidato nel settembre del 1994 dall’Assemblea Generale delle Nazioni
Unite a Graça Machel - ministro dell’educazione in Mozambico - in veste di
esperta. Dalle ricerche di Graça Machel emerse la necessità di una voce
internazionale a difesa dei diritti dei bambini in situazioni di conflitti
armati. Così è nato Office of the Special Representative of the
Secretary-General for Children and Armed Conflict.
Il vostro compito dunque è quello di
far approvare leggi in difesa dei minori coinvolti in situazioni di conflitto?
Sì. Monitoriamo le dimensioni della piaga rappresentata dai bambini soldato e
valutiamo gli strumenti legislativi nazionali e internazionali per combatterla.
Ci occupiamo poi di richiamare l’attenzione dei media e della comunità
internazionale su questo drammatico problema. Ma l’obiettivo principale resta
quello di create una rete di ong, istituzioni e agenzie in grado di garantire
protezione e riabilitazione ai bambini coinvolti in questo dramma e
l’applicazione degli strumenti normativi a livello locale.
Quali sono gli strumenti oggi a disposizione della comunità internazionale
per combattere questa piaga?
In primo luogo lo Statuto della Corte Penale Internazionale che considera un
crimine di guerra la coscrizione e l'arruolamento di bambini di età inferiore a
15 anni e la loro partecipazione attiva alle ostilità, sia che essi vengano
impiegati da eserciti regolari sia da milizie armate. Il problema in questo
caso è che la Corte Penale è sentita da molti paesi come una pericolosa
intrusione nella sovranità nazionale e nelle gestione dei loro affari di guerra
e quindi non sempre incontra la collaborazione dei governi coinvolti in
operazioni belliche.
Un altro importante strumento legislativo è il Protocollo Opzionale alla Convenzione
internazionale sui diritti dell’infanzia - che alza l’età minima per
l’arruolamento a 18 anni - adottato nel 2000 dall’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite e d’allora aperto alla ratifica di tutti gli stati (e da allora
già ratificato da circa 70 paesi). È poi possibile fare ricorso alla Convenzione
138 dell’ILO secondo la quale il coinvolgimento in conflitti armati va
considerato lavoro a rischio e quindi non accessibile per i minori di 18 anni.
Infine c’è la Risoluzione 1539, approvata da pochi giorni dal Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la quale si chiede al Segretario Generale
di approvare entro tre mesi un piano d’azione per un monitoraggio sistematico e
completo del dramma dei bambini soldato che possa costituire la base per
l’attività coordinata di Governi, amministrazioni locali e organizzazioni non
governative.
Una scrivania al Palazzo di vetro: cosa vuol dire lavorare per le N.U.?
Per me è un’opportunità per conoscere e lavorare con i vertici del diritto
internazionale. È un lavoro entusiasmante che mi permette di fare del mio
meglio per aiutare tante persone nel mondo.
A volte, quando la burocrazia diventa un freno eccessivo, mi dico che forse
sarebbe stato meglio fare un’altra scelta; operare sul campo a diretto contatto
con chi ha bisogno di aiuto. Poi però mi rendo conto che da qui, sollecitando
l’attenzione dei governi su certe tematiche, definendo nuovi strumenti
legislativi e d’informazione, posso fare di più proprio fornendo a chi è sul
campo, alle ong e a tutti gli operatori di pace strumenti più efficaci per la
lotta all’ingiustizia e alla disuguaglianza.
Elisabetta D'Agostino
19/5/2004