Analisi critica delle prove Invalsi  per la “Rilevazione degli apprendimenti”

 

Mario Ambel, Alcune questioni di carattere generale

 

1. Il quadro normativo e la scelta del marketing “censimentario

 

La strada su cui l’Invalsi è stato messo nella necessità e nella condizione di operare è quanto mai pericolosa. Il resto l’ha poi fatto da sé, elaborando prove inguardabili nell’ottica di qualsiasi scienza o tecnica cui dovrebbero far riferimento (dalla teoria e pratica disciplinare alla docimologia, dalla statistica alla pedagogia della valutazione).

 

La legge 53, nel delineare le finalità dell’istituto, sembra lasciare aperta la strada a pratiche anche più plausibili e utili di quelle adottate con queste “prove”, se non altro postulando - com’è ovvio e naturale - come fine ultimo della valutazione di sistema il miglioramento del sistema stesso; ma parlando di

 

“verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa”,

 

pone l’Istituto nazionale di valutazione su un crinale quanto mai scivoloso, seppure ancora in parte plausibile.

La Direttiva del 12 luglio 2004, n. 56, invece, cui fa esplicito riferimento anche l’Invalsi nel presentare le sue prove, implica uno slittamento terminologico e concettuale di non poco conto:

 

“provvedere alla valutazione degli apprendimenti per l’anno scolastico 2004-2005, nelle scuole pubbliche e paritarie, dell’italiano, della matematica e delle scienze.”

 

Il mutamento non è solo la conseguenza del linguaggio più diretto (e prescrittivo) della direttiva rispetto alla legge; c’è un irrigidimento dello scopo e soprattutto compare quella “valutazione degli apprendimenti” che, per quanto sfumata in  “Rilevazione degli apprendimenti”, fa bella mostra di sé su tutti i fascicoletti delle prove arrivate nelle scuole: si tratta di un fine forse demagogicamente allettante, ma scientificamente arbitrario e socialmente pericoloso. D’altro canto, la valutazione degli apprendimenti, per l’Invalsi, è anche illegittima, perché spetta ai docenti e solo ai docenti, anche ai sensi della legge 53/2003, art.3 comma 1a.  [1]

 

Gli “apprendimenti” sono infatti un dato relativo, mai assoluto; esistono solo in rapporto ai livelli di partenza, ai processi di insegnamento e possono essere “rilevati” solo attraverso un’ampia e polivalente gamma di strumenti di osservazione e di verifica.

Per fortuna, non solo “valutare” ma anche solo “rilevare” gli apprendimenti del sistema scolastico è un’operazione che non può essere risolta con una o due prove più o meno ben riuscite e quindi attendibili. Soprattutto se si agisce in un imbuto progressivo di limiti e di vincoli accentuati dalla fretta e dalla mancanza di sperimentazione e di competenze  adeguate. Ne rende conto il contributo di Piero Lucisano.

Quello che non era ancora del tutto compromesso dalla legge e dalla direttiva (ma si era già a buon punto), l’ha infatti definitivamente sancito l’ansia del gran risultato da spendere subito sulla grancassa mediatica.

Lo stesso Invalsi, qui onestamente, nel presentare la prova di Italiano, denuncia il limite di fondo di tutta l’operazione, anche se con un eccesso di ottimismo:

 

I limiti di una valutazione nazionale tenuta a presentare in breve tempo i propri risultati restringe notevolmente le modalità di formulazione dei test: la scelta di quesiti a risposta multipla – compatibile con l’elaborazione automatica dei dati – esclude la verifica dell’insieme delle abilità produttive.[2]

 

Torneremo sui limiti e sull’inattendibilità di una prova che preveda solo risposte multiple; ciò che qui conta osservare è come si sia palesemente scelta la strada non del supporto scientifico al sistema scolastico (peraltro previsto dalla legge),  ma dell’operazione di marketing politico, un po’ demagogico e un po’ avventurista.

Si può anche capire l’urgenza del committente politico, ma allora sono l’autonomia, la coerenza scientifica e il rigore metodologico della ricerca che dovrebbero, in questi casi, soccorrere, mitigare, consigliare, dissuadere. Per questo la ricerca dovrebbe godere di autonomia: proprio per frenare la legittima frenesia della politica, che la porta a muoversi (talvolta maldestramente) su strade rischiose.

Invece si è fatta la scelta della superficialità capillare  del marketing censimentario, anziché quella del rigore scientifico della rilevazione campionaria. Si vedano al riguardo le puntuali osservazioni di Benedetto Vertecchi.

Si è pensato di poter valutare o quanto meno rilevare gli apprendimenti e per di più agendo in fretta e male su tutta la popolazione scolastica, con il rischio di mettere in moto una macchina un po’ roboante (e molto fragile stando a tutte le notizie di intoppi qui e là incontrati) per ottenere poco o nulla o essere poi costretti a forzare e strumentalizzare la lettura di dati del tutto insignificanti. Vediamo perché.

 

 

2. L’indeterminatezza dell’oggetto del rilevamento e la confusione fra le metodologie

 

Nonostante l’esplicita volontà di “rilevare gli apprendimenti”, non è poi così chiaro che cosa queste prove intendano effettivamente verificare, misurare, valutare.

 

Formuliamo qualche ipotesi; questa prova potrebbe valutare…

-         gli standard di prestazione della popolazione studentesca, rispetto ad alcuni parametri socialmente ineludibili, verificati indipendentemente dal percorso didattico compiuto: è una finalità che si continua a rinviare e di cui invece dovrebbe occuparsi un istituto nazionale di valutazione;

-         gli standard di apprendimento degli allievi rispetto alla determinazione di standard di competenza universalmente condivisi e concordati all’interno del sistema: è un’operazione probabilmente necessaria, che coinvolge l’intero sistema, ma complessa, non scevra di pericoli che dovrebbe essere sorretta e alimentata da una cultura della valutazione diffusa e da forme di elaborazione condivise e partecipate delle metodologie e dei criteri di rilevamento (si pensi alle prove degli esami conclusivi dei vari livelli scolastici);

-         gli standard di apprendimento degli allievi (singolarmente, mediamente, complessivamente) rispetto a percorsi educativi noti e condivisi: questo livello di analisi  tocca ai consigli di classe e alle scuole;

-         gli esiti e l’efficacia di un percorso formativo, dati certi livelli di partenza, nell’ambito di un determinato modello organizzativo, di una o più scelte curricolari:  tocca alle scuole, al massimo a reti di scuole fra loro consorziate.

Degli ultimi due tipi di rilevamento si potrebbe anche occupare l’istituto nazionale, ma nella consapevolezza di trattare un argomento di inevitabile complessità e di doverlo fare con estrema cautela; perché implica la valutazione delle singole istituzioni scolastiche e di coloro che vi operano in una complessità di situazioni e di variabili che troppo spesso sfugge a chi vive lontano dalle classi.

 

Ammesso che ciascuno di questi scopi abbia lo stesso livello di sensatezza, certamente queste diverse valutazioni, che hanno finalità diverse, non spettano agli stessi soggetti, non implicano le stesse procedure e metodologie, non hanno oggi la stessa urgenza per migliorare il sistema scolastico.  Soprattutto è pericoloso confonderle.

Resta invece l’impressione che l’attuale Invalsi abbia scelto la strada di un pericoloso meticciato fra tutte queste ipotesi, come se esistessero modi plausibili per tenerli insieme un po’ tutti e per di più, anziché dotarsi di strumenti plurimi e polivalenti, ha messo insieme una serie di prove che offrono uno specchio molto ristretto e contraddittorio delle “conoscenze e abilità”.

 

La finalità adottata appare infatti più o meno questa: valutare

-         il livello di alcune “conoscenze e abilità” degli allievi, singoli, nelle loro aggregazioni di classe e scuola, nelle loro medie statistiche, nella loro totalità, sulla base di prove di cui si presuppone (o meglio si impone) un’applicabilità media e comune su tutto il territorio nazionale.

 

 

Ammesso che queste prove siano in grado di verificare il controllo di “conoscenze e abilità” (e vedremo come in realtà ciò sia molto dubbio), resta il problema di chi ha scelto le “conoscenze e abilità” da mettere sotto verifica nazionale e in base a quali criteri di rilevanza o di pertinenza, tenendo conto che venivano estrapolate da liste già poco scientificamente attendibili quali sono le Indicazioni nazionali.

 

Ma, in ogni caso, il livello di possesso e controllo di alcune “conoscenze e abilità” non può coincidere con il concetto di “apprendimento”. Che delle “prove” e in particolare queste prove possano consentire una “rilevazione degli apprendimenti” è palesemente falso. Ed è molto pericoloso crederlo o essere indotti a farlo. Che possano poi valutare l’offerta formativa di una scuola o dell’intero sistema è altrettanto arbitrario e stupisce come le organizzazioni dei dirigenti scolastici e le aggregazioni delle autonomie scolastiche possano accettare anche la sola ipotesi che con queste prove venga rilevata la “qualità dell’offerta formativa”. Le “prove”, se fatte bene, possono verificare il livello di possesso di conoscenze, di controllo di una o più abilità, persino il controllo e l’esercizio di strategie contestuali: in ogni caso, l’apprendimento è un’altra cosa: esprime il differenziale fra un prima e un poi, ha senso solo in relazione a un contesto e a una complessità di variabili che nessuna “prova” può neppure lontanamente restituire.

 

In realtà queste prove hanno uno scopo ben più limitato (e in qualche misura anche istituzionalmente ammesso): sono una sorta di controllo dello stato di applicazione delle Indicazioni nazionali. Insomma, ci troviamo di fronte a una forma inedita di valutazione di sistema: il ministero scrive liste di obiettivi più o meno credibili e poi mette in atto un sistema di rilevazione a tappeto per verificare come sono stati applicati! Se per il futuro il meccanismo è preoccupante, per questo primo anno è ridicolo e insignificante, visto che si sono fatte prove per verificare nel maggio del 2005 il raggiungimento di indicazioni emanate (come “transitorie”) nel febbraio/marzo 2004 e perlopiù mai applicate.

 

Queste prove, dunque, non rilevano (né rivelano) nulla sull’apprendimento, dicono poco su alcune “conoscenze” (sulle abilità sarei più cauto), ma possono comunque determinare la peggiore delle conseguenze diseducative proprie della cattiva gestione della valutazione: far sì che si lavori solo per superare le prove: per un istituto di valutazione sarebbe un esito paradossale, che ne contraddice la natura stessa, perché in tal modo si contribuisce a peggiorare anziché migliorare il sistema.

 

3. La riduttiva scelta delle risposte chiuse

 

Chiunque abbia una benché minima esperienza (anche “solo” pratica e non necessariamente sorretta da studi adeguati) di prove di verifica di conoscenze, abilità e competenze sa che affidare il rilevamento di alcunché a prove che prevedono una solo tipologia di quesiti e per di più la più ambigua e arbitraria (la scelta multipla fra quattro alternative date) è semplicemente inutile, perché insignificante.[3]

Sappiamo che spesso, di fronte a queste obiezioni, la riposta è che per svolgere rilevamenti su grandi numeri si è obbligati a scegliere metodologie oggettivabili e che si possano correggere automaticamente e velocemente. In realtà questo tipo di obiezione confonde le conseguenze con le cause;  è ovvio infatti che la prova a risposta multipla è (quasi) l’unica che consente di tabulare in fretta una grande massa di dati, ma il problema è un altro: perché ci si mette nelle condizioni di dover tabulare in fretta una gran massa di dati apparentemente omogenei? perché si sceglie la quantità anziché la qualità? il riduzionismo invece della complessità? la pretesa di assoluto rispetto all’ammissione del relativo? la demagogia invece della conoscenza? l’accettazione passiva del controllo anziché la crescita graduale di una consapevolezza diffusa?

Diventa inevitabile essere colti dal sospetto che questo tipo di prova sia funzionale con il tipo di “conoscenza e abilità” riduttivo e semplicistico che l’intero impianto della riforma sembra veicolare. Siamo sicuri che non sia un’idea riduttiva di sapere (e non la ristrettezza dei tempi e l’ampiezza del corpus) a suggerire metodologie asfittiche e prove risibili? Non c’è il rischio che proprio queste prove veicolino un’idea di “conoscenza e abilità” di basso profilo?

Se si pensasse ad esempio che ciò che conta è il controllo del pensiero critico e dell’agire problematico, a chi verrebbe in mente di fare prove a scelta multipla? Basta guardare alcune prove internazionali svolte su ampie campionature, che pure prevedono domande aperte, quesiti ben più intelligenti, per capire che il mondo non comincia e non finisce con la scelta fra quattro parafrasi talvolta cervellotiche da svolgere in tempi un po’ frenetici.

Una particolare attenzione merita infatti anche il rapporto domande/ tempo a disposizione. Vedi L’orologio dell’Invalsi.

 

4. Il fascino (indiscreto) dell’oggettività (del controllo)

 

La valutazione è una faccenda troppo delicata per trattarla in modo superficiale e approssimativo. Qui si rischia invece di giocare in modo molto riduttivo e semplicistico con due istanze, una legittima, l’altra un po’ ingenua, ma entrambe pericolose, se assunte e gestite senza le dovute cautele e competenze.

La prima istanza è la più volte ribadita necessità di un sistema scolastico (a maggior ragione se le singole scuole sono dotate di autonomia) di disporre di modalità polivalenti e scientificamente attendibili di osservazione, monitoraggio e verifica del suo funzionamento e anche dell’efficacia dei suoi esiti. L’altra istanza, quella ingenua, è invece l’illusione che esista una soluzione quantitativa e  oggettiva al problema della valutazione della complessità dei processi educativi: l’inconfessato desiderio della “prova” che ci dica e dimostri tutto o almeno qualcosa di “essenziale”.

Il terreno così si fa quanto mai scivoloso: unendo esigenza di valutazione di sistema, confusione fra i sistemi di valutazione, scelta riduttiva dell’oggetto da verificare, gestione approssimativa delle metodologie di valutazione e ansia dell’oggettività sanzionatoria si rischia di sostituire alla scala gerarchica e piramidale dei vincoli e dei comandi, tipica dei sistemi verticistici, una sorta di gerarchia del controllo di efficacia, tipica di un sistema deresponsabilizzato sui principi e sulle regole, liberalizzato sui processi, ma governato attraverso il controllo del risultato. In mancanza di principi condivisi, di regole certe e di disposizioni attendibili, ma anche di una cultura diffusa del rapporto fra progettazione, realizzazione e verifica del proprio progetto (ovvero del progetto su cui si fonda la propria legittima rivendicazione e responsabilità di autonomia), ciascuno finisce per desiderare la “Prova” per valutare chi sta sotto e cautelarsi da chi sta sopra: l’Europa gli stati nazionali, la repubblica i territori, il territorio le scuole e i dirigenti; i dirigenti i consigli di classe e gli insegnanti; gli insegnanti gli allievi.

Talvolta si ha la sensazione che le prove Invalsi con la loro estensione censimentaria di pochi e spesso malformulati quesiti a tutti gli allievi di tutte le classi di tutte le scuole di tutto il territorio nazionale vogliano indulgere in questa pericolosa illusione: che si possa trovare la pietra filosofale del sistema di valutazione nazionale e dei sistemi di valutazione.

Se poi a tutto questo si aggiunge un po’ di (legittima) nostalgia per la serietà perduta della scuola  e qualche serpeggiante ansia di neo-severità, gli orizzonti che si profilano si fanno sempre più cupi… Ma la cultura della valutazione è su questi terreni molto più avanti; non possiamo certo avvallarne una visione così riduttiva e devastante.

 

Accettando di far svolgere queste prove, l’Invalsi si è invece assunto una responsabilità (scientifica e politica) complementare e convergente con quella del ministro di lasciare che le scuole si facessero… le pagelle da sé. Il ministro lascia alle scuole il compito di certificare le competenze, mentre chiede all’Invalsi di verificare il raggiungimento di qualche “conoscenza e abilità”.

Il tutto avrebbe  senso, solo se si avesse il coraggio di compiere due ulteriori passi avanti che il ministero lascia però nell’inderminato:

a) affermare che quelle “conoscenze e abilità” rappresentano, per questo Invalsi e per questo ministero, gli standard di apprendimento degli allievi rispetto alle indicazioni nazionali, ovvero gli “osa” essenziali e ineludibili per i diversi livelli scolastici messi sotto osservazione (magari spiegandoci anche in virtù di quale “idea” di italiano, di comprensione, di scienze e di matematica, di… intelligenza, di finalità educative essenziali, perché da quelle prove - come vedremo - facciamo un po’ fatica a capirlo e quel che capiamo ci lascia molto, molto perplessi);

b) ammettere che la liberalizzazione delle schede di valutazione è un progressivo passo avanti verso la totale perdita di valore dei titoli di studio certificati dalle singole istituzioni scolastiche, in attesa di compiere il passo estremo (ma già ampiamente fra le righe del decreto applicativo per le scuole superiori), ovvero delegittimare completamente i due o tre differenti tipi di titoli di studio o di certificazioni rilasciati alla fine del “percorso liceale” e alla fine del “percorso di istruzione e formazione professionale” .

Con queste ammissioni, l’intera operazione avrebbe un senso, che non condivideremmo, ma di cui almeno capiremmo la ratio. Senza, rischia solo di apparire un maldestro pasticcio.

 

 



[1] La Legge 53 istituisce questa tripartizione di compiti e relativi oggetti e strumenti

Ai docenti sono affidate

L’Invalsi effettua

L’Esame di Stato conclusivo dei cicli di istruzione

- la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento

- la certificazione delle competenze

- la valutazione dei periodi didattici ai fini del passaggio al periodo successivo

- verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative.

- considera e valuta le competenze acquisite dal corso degli studenti nel corso e al termine del ciclo e si svolge su prove organizzate dalle commissioni d’esame e su prove predisposte e gestite dall’Istituto nazionale per la valutazione di sistema di istruzione, sulla base degli obiettivi specifici di apprendimento del corso e in relazione alle discipline di insegnamento dell’ultimo anno.

 

È un aspetto importante poiché la domanda preliminare a ogni processo di valutazione (Che cosa possiamo dobbiamo verificare/valutare?) deve essere preceduta da una operazione altrettanto e ancor più preliminare: rispondere alla domanda Che cosa bisogna insegnare/apprendere? Se su questi aspetti non c’è chiarezza (terminologica, concettuale e  procedurale) diventa molto arbitrario mettere in atto valutazioni “del” sistema.

 

[2] Cfr. Invalsi, Valutazione 2005 – Prove di italiano, Quadro di riferimento, allegato

 

[3] La scelta è aggravata dal fatto che le prove intendono verificare “conoscenze e  abilità” in una logica conclusiva o di percorrenza e non solo “di ingresso”. Che poi con una simile metodologia si decida anche dell’ammissione all’Università (mentre fino a dieci anni si poteva al massimo superare la notoriamente inutile prova teorica per la patente) fa parte delle questioni serie che un paese realmente preoccupato del proprio futuro dovrebbe cominciare ad affrontare.