La Indicazione
Nova
Sonetti satanici e prose didascaliche su
temi di pedagogia esoterica
Opera apparentemente autobiografica e
certamente apocrifa, in prosa e versi alternati secondo un modello archetipico e facilmente certificabile, di
ignoti ma soprattutto vani chiosatori delle proposte curricolari
per la scuola dell’autonomia e del cacciavite redatte nel corso dell’anno di
dis-grazia 2007.
Si
fornisce qui silloge provvisoria di alcuni dei componenti
con note introduttive e brevi chiose a
regesto, a tratti indigesto, del loro contenuto.
Elenco dei componimenti
finora pervenuti: pigiando sull’effigie si accede -
per alata e magica trasmigrazione - al componimento indicato a lato.
Sonetto dei motti che non fur detti
ove si narra di come, essendo da poco
trascorsa l’ora sesta delle nove che ne costituivano il diuturno uffizio, leggendo e annotando il testo delle
Indicazioni, giungessero i chiosatori al passo dove si raccomanda la cura dei
versi del divino poeta ai giovanetti, e di come ne fussero
stupiti tanto da interrompere di schianto l’opra loro.
Dovendo scernere nelle
Indicazioni
il gran dal miglio e il ben dell’intelletto
sparso da lo stuol servil del Fioroni,
ministro da’ suoi giammai contraddetto,
notavamo con pallido diletto
come i traguardi e gli obiettivi boni
s’accavallassero a gir stretto stretto
con alate e sapute introduzioni,
ma quando giungemmo all’infausto passo
dov’è detto che fin dalla primaria
ogni persona leggerà di Dante
qualche verso, acciocché non sia lasso
lo dicer suo ma la sua lingua
varia,
il cor crollò e non leggemmo avante.
Res notandae
La successione incalzante delle inarcature
(dette altrimenti enjambements), alternata a versi
isolati e di breve respiro, conduce il lettore (soprattutto se ad alta vox clamante)
in una sospensione del fiato e del giudizio per farlo pervenire,
ormai quasi cianotico, all’inattesa
chiusa: quasi che fosse motto di spirito o facezia che vanamente celi la gravità pensosa e drammatica del tutto.
Ma anche sbotto, fiotto, liberazione.
Quasi eiaculatio. Del resto, il riferimento a luoghi
della Commedia notoriamente dedicati ad altri sentimenti (vedi Commedia, 01.05.120
e segg.) rivela forse la profonda sofferenza dell’amante deluso, quasi che
l’impossibilità dell’amplesso ideale con il testo ne tormentasse
la memoria e, quindi, inevitabilmente, la scrittura.
ove la voce del
chiosatore si tace, per dar luogo al mesto monologare
del pensier servile, nel quale una voce anonima dà
libero sfogo alla ineluttabilità del servaggio, che non trova ostacolo alcuno
nell’appellarsi a forze umane, tanto è tratto dall’interiore moto di un’anima che
- incorruttibile proprio perché al segno massimo corrotta - serve per vocazione
più che per vantaggio.
Quando mi
svagai dal pensar bertagno
che sottrasse me più d’un lustro presso
la moratta corte
a tesser come ragno
la trama del vergar servil appresso
a personalizzati piani di ristagno
delle sventure umane; a un dì presso
ben già mi ritrovai sanza
guadagno
a dir la litania d’altro possesso.
Né la pieta
per li giovani
discenti
né lo debito amor per lo buon senso
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i ebbi a ben servir altri potenti
e nel vizio uman del negar
dissenso
provar ch’aveo costanza e buon
valore.
Res notandae
Sonetto attribuito a più riprese a diversi
frequentatori delle stanze del potere esprime - con richiami a
una delle più audaci imprese dell’umana sete di conoscenza (vedi Commedia,
01.26.90 e segg.) - l’opposta tentazione al cultural servaggio e alla prona
opinione. L’incerta attribuzione a singola persona umana ne fa canto corale del
consenso neppur troppo forzato. Colpisce infatti, al verso 7, l’ammissione di un servaggio che
travalica ogni interesse materiale: quel “sanza
guadagno” esprime l’insopprimibile moto interiore a servire il potere, senza
nulla chiedere in cambio.
ove si lamenta
di come non alberghi più nel cuore umano quella onestà che sola avrebbe dovuto
muovere un accorato appello contro un documento dalle evidenti carenze etiche e
filologiche. Non si fece invece motto capace di restituire linfa alla speranza
di un innalzato obbligo.
Onor che a
nullo onesto onestà perdona
avria dovuto muover
qualche appello
a dir di questa o quellalà persona
che trovatasi a fronte il dir novello
di tale novo documento allullo
non potea negar la vanità che
prona
mostrava e un certo dir citrullo
che invadeva ogni sua parca zona.
Ciascun negò invece un motto
austero,
una voce che desse riconforto
una prece, un appellarsi fiero
all’alma virtù del dogma risorto
d’un obbligo innalzato e sincero
e portasse questa speranza in porto.
Res notandae
Il sonetto conserva una sua oscurità di fondo; incerta è infatti la destinazione dell’invettiva:
chi avrebbe dovuto “muover qualche appello” e fece invece mancare una sua “voce
che desse riconforto”?
Le successive denominazioni della possibile parola di
riscatto, del resto, tradiscono come non una ma molte fonti avrebbero
potuto assumersi questa incombenza. E non lo
fecero.
Per questo alcuni commentatori riconnettono
questo a quall’altro sonetto in cui si dice dei
“motti che dovuti eran e non fur detti” (vedi infra).
Sonetto dei motti che non fur
detti
ove si
ricostruisce l’accorata frustrazione provata di fronte al silenzio di coloro
che avrebbero potuto dir e non han detto,
rivolgendosi direttamente proprio a quelle parole che erano dovute ma non fur dette e altresì ricacciate nel profondo
dei petti di ciascuno.
Motti che dovuti eran e non fur detti,
pensieri che dal sen dovean fuggir
e furon sì negati e
contraddetti
da gir repressi dall’uscio dell’uscir
indietro al gargarozzo e fin nei petti
ascosi, ricacciati senza pietir.
Quelle eran
le parole che interdetti
sappiamo che avremmo dovuto udir.
Ma quando in commissione del biennio
s’alzò la nostra voce a menar pianto
di contro al tradimento del programma
non fue consorzio o singolo pecennio
che non menasse qui e là gran vanto
di lodarne l’intero organigramma.
Res notandae
Il componimento evoca lo stato d’animo dei chiosatori,
allorché si videro traditi dal patto (“programma”) che essi stessi avevano
condiviso e ora vedevano vilipeso nella “commissione del biennio”. Il silenzio,
attribuibile a ciascuno (“singolo decennio”) come alle associazioni che ciascun
rappresenta (“consorzio”) fa da contraltare
a quelle parole che erano dovute e non fur dette. Il riferimento finale alle
lodi fatte ai componenti del consesso stride con la
mancata denuncia del loro tradimento.
In questo contrasto fra parola pattuita e silenzio servile si
consuma l’esterefatta interdizione (“interdetti”) che
ora sorregge il testo.